L’ ultimo giorno

L ‘ ultimo giorno tutti correranno.
Il fantasma bianco riderà.
Il vecchio, il suo libro terminerà.
Un buon whisky servito senza ghiaccio.
A piedi nudi sull’ acqua lo vedrò camminare.
Una grossa risata mi farò.
Il tramonto sulla spiaggia, e il suo ritorno.
Che cazzata.
E giù con il drink, e giù con le risate.
Le stelle cadranno tutte.
La terrà sarà invasa.
Verdi piccoli e antipatici.
Ma offro io, l’ ospitalità è la prima cosa.
I turisti sono soldi.
Che estate calda sarà.
Il sole sorgerà tre volte al giorno.
Pioveranno diamanti e poveri potranno girare in Porsche.
Poi arriveranno gli angeli che mi pisceranno in testa e sarò benedetto.
E grazie a Dio per i tuoi Like e i tuoi mi piace.
Anche io sarò calciatore.
Mio padre imprenditore.
I cinesi riapriranno gli occhi.
I negri venderanno i bianchi come schiavi.
Gli eschimesi metteranno in vendita i loro igloo, per farci alberghi.
Ronald McDonald sarà il nuovo Papa.
I gatti abbaieranno e i cani miagoleranno.
E gli storpi vinceranno i 100 m.
Il Sardo sarà il nuovo inglese.
Ci drogheremo di bestemmie e preghiere.
Sarà felice chi gratterà e perderà.
Per i nostalgici del comunismo, risorgerà Lenin che si metterà a vendere pure lui gas metano.
E per chi piange il duce lo potranno trovare in tangenziale dalle nigeriane.
Poi arriverà l ultima luna che ci sorriderà.
E non ci sarà un domani.
Ma solo un ieri.
Amen !!!!.
Namastè!!!!.
Salam!!!!.
Forza Roma !!!!.
Un bacio a tutti e vaffanculo pure a voi.

In bianco e nero i nostri sogni, sbiaditi e sciupati.
Usati e a parametro zero.
Venditori di false speranze alla porta di casa.
Telefonate di amici mai conosciuti, che propongono soluzioni ai nostri problemi.
Sarebbe cosi facile se allo spettacolo delle 20:30 trasmettessero i nostri errori.
In modo da cambiare finale, per poter salvare almeno i titoli di coda.
Se il treno per la felicità fosse arrivato in ritardo.
A quest ora avrei comprato il biglietto, magari ora sorriderei.
Sarei capotreno della mia vita.
E non fermo a questa triste stazione.
Che vita da cani.
Magari fossi cane, ora ululerei alla luna o al suono di ambulanze.
In qualche parco ad annusarmi, grattarmi e sbavare.
Invece di esser qua, a guardarmi allo specchio e contare i fallimenti e brufoli sul mio volto.
La mia torta sempre più piccola, le candele invece sempre di più.
Un soldo per ogni errore e un altro per ogni volta che ho detto non lo farò più.
Ora avrei una villa su qualche isola, e non isolato nella mia casa.
Ma telefonami tra vent’anni, magari risponderò.
Al massimo uno squillo con l’ addebito ti farò.
Magari il futuro sarà a colori e in 3D.
In alta definizione i nostri sentimenti e amori.
E forse su qualche nuovo social sarò un re.
E non maestà o altezza del regno degli insoddisfatti.
Sono il giullare di me stesso.
Ma ti aspetterò sotto questo cielo stellato, almeno loro non mi lasciano solo.
Le stelle come me sono inchiodate qua obbligate a tenermi compagnia.
Uh che triste storia, brillare quando tutti dormono.
Che fatalità.
Non sono saccente e ne sicuro di me.
Che peccato almeno ora mi credere migliore.
Mi sentirei felice o perlomeno non triste.
Ma che ci vuoi fare son fatto cosi, fatto male.
Matto e non compreso a primo tatto.
Scrivo per poter colmare questo vuoto.
Riscrivo sulle pagine già scritte.
E non capisco più nulla.
Ma chi ci ha mai capito.
Tasti logorati, polpastrelli stremati.
Ah felicità come è difficile trovarti, ma come è facile perderti.
Felicità sei come me, sai sempre quando esci ma mai quando tornerai.

Back

E i nostri ricordi.
Come foto.
Alcuni sfuocati, altri fin troppo nitidi.
Scatti, piccoli filmati di noi.
Il tempo spesso tende a cancellarli.
Ma quando scende la notte, e ti trovi solo con te stesso.
Senti quasi un irrefrenabile bisogno di riviverli.
Come per dimostrarti di essere ancora vivo.
Per far continuare a battere il tuo cuore.
E fino all’ alba, potrai trovarmi nei mie, nei nostri ricordi.
Immerso, forse perso come sempre.
In quegli attimi.
Nei abbiamo tutti bisogno.
Per rimembrare chi siamo, chi eravamo, cosa saremo.
Ma non temere potrai sempre, trovarmi li.
Al solito luogo al solito momento, in quel frammento.
In quell’ istante.
Nulla è perso, per sempre.
Saprai sempre dove trovalo.
E quando l’alba sorgerà.
Li sarà il momento di andare oltre.

Niente

Chiedimi, se posso resistere ancora.
Chiedimi, se posso ancora riconoscere il giorno dalla notte.
Se quel sogno è ancora vivo in me.
Se ancora è lucido e ben visibile.
Cosa sto facendo per me stesso ???.
Cosa posso fare per te ???.
Se i giorni perdono di valore.
Quanto brucerà veloce il mio tempo ???.
Il nostro.
La mia voce è fievole.
Il mio spirito evapora come acqua.
Ma non ritorna a me come pioggia.
Non rimane altro che fumo nell’ aria.
Un vecchio e malinconico profumo.
I sogni muoiono forse per davvero.
E con se portano via i sognatori.
Quante insegne luminescenti devo ancora inseguire ???.
Per capire che rimane un miraggio.
Una sciocca bugia che raccontiamo a noi stessi.
Niente è cosi indispensabile.
Se non lo si perde.

L’interrogatorio (Jessica Derbert, Frammenti di Tenebra)

L’interrogatorio

Un uomo era seduto davanti a lei. La fissava con occhi penetranti: due pietre nere impassibili. Erano in un seminterrato abbandonato: una lavatrice arrugginita, ormai inservibile, serviva da ripiano per alcuni utensili scintillanti; le pareti erano grigie e spoglie, tranne per una macchia di umidità nell’angolo a nord. Un essere umano non avrebbe potuto resistere lì dentro a lungo: la muffa cresceva sul soffitto in macchie verdastre e dei polmoni normali rischiavano di assorbire le spore, con conseguenti pericoli per la salute.

Ma non tutti gli occupanti erano umani. Lei stessa non lo era, da almeno vent’anni: conservava ancora il corpo di una ventenne, ma lo spirito era sui quaranta. Considerando il suo viaggio travagliato, gli anni salivano esponenzialmente. Era una creatura saggia e riflessiva, ma compensava quelle qualità con la violenza e l’assenza di pietà.

A vent’anni quello che era il suo ex ragazzo l’aveva pugnalata con un coccio di bottiglia rotto. Aorta tranciata, emorragia incurabile; era stata salvata da un ragazzo giovane, che aveva in realtà almeno quattro secoli e mezzo.

Vampiro.

Mentre era incosciente, aveva trasferito parte del suo sangue nel corpo di lei: le cellule aliene avevano preso il sopravvento, il corpo era mutato e i tessuti si erano ricomposti grazie alle loro straordinarie qualità paranormali. Era svenuta come umana e aveva riaperto gli occhi come mostro.

Anche la mente ne aveva risentito: la potenza di cui disponeva e i poteri che ancora padroneggiava a malapena la spingevano a ritenersi quasi un dio. E un dio buono faceva rispettare sempre la giustizia.

Era sfuggita al suo salvatore e aveva ucciso il suo assassino. Quando il vampiro l’aveva trovata, voleva costringerla a nascondersi e a meditare sui suoi sbagli, ma lei ne aveva abbastanza delle parole.

Era scappata, lontano da colui che le aveva permesso di vivere ancora e da tutti i problemi che lo affliggevano.

Aveva viaggiato nel mondo, imparando quel che poteva fare e quali erano i suoi limiti. Vent’anni, tra Stati Uniti, Giappone, Europa… . Un unico scopo: giustiziare i criminali non processati, lasciati liberi dai cavilli burocratici o semplicemente evasi.

Aveva visto alleati morti, nemici trionfanti, fughe miracolose. Ma era ancora viva e mai aveva pensato di tirarsi indietro: c’erano lati della giustizia che le leggi umane non potevano lambire, così entrava in gioco, talvolta sotto contratto, talvolta per volontà personale.

In quell’istante era legata da due catene di acciaio nuove di zecca; i pantaloni neri erano strappati in alcuni punti e la maglietta grigia era costellata di macchie rosse: le avevano sparato qualche proiettile speciale, che non si vende in bella vista nelle armerie umane. I proiettili erano in metallo, ma all’interno possedevano un’anima in legno. Le proprietà del materiale organico le impedivano la rigenerazione, al contrario delle comuni pallottole metalliche.

Le avevano lasciato alcuni proiettili nel corpo per indebolirla ed evitare così che potesse liberarsi.

L’uomo continuava a fissarla, finché l’unica porta della stanza si aprì: entrarono diversi individui, ma uno solo era vestito diversamente. Il completo bianco risaltava in mezzo agli abiti scuri degli altri; doveva essere il capo:

-“Jessica Derbert, giusto?”

La ragazza non rispose. Accavallò le gambe e i suoi occhi azzurri trapassarono lo sguardo di lui.

-“Non parli, vero? Ti faremo parlare, molto presto… .”

Accarezzò i capelli corvini di lei, che si scansò rabbiosamente.

-“Oh oh, siamo furiosi, giusto? Non ti aspettavi un’accoglienza così preparata… .”

-“Qualche uccellino ha cantato… .”

L’uomo si fermò dall’altra parte del tavolo e annuì:

-“Nella mia città non puoi nascondere niente che non arrivi qui, nella mia casa. Niente di importante, almeno… .”

Le catene erano legate alla sedia di legno e uno scagnozzo teneva saldamente le estremità. Pessima idea: mai tenere prigioniero un vampiro quando le guardie sono umane.

Lo sguardo saettò sui presenti: il capo e l’uomo che la fissava erano davanti a lei; tre brutti ceffi alla sua destra, uno dietro di lei e due alla sua sinistra. Otto umani contro un vampiro: uno scontro facile.

Le pistole erano riposte nelle rispettive fondine. La sua era sulla lavatrice distrutta, insieme ad un coltello con la lama in acciaio e l’anima in legno, creato per un unico scopo: uccidere altri mostri. E nel mondo governato dagli umani, i vampiri non erano l’unica specie notturna.

-“Chicago non è una città come le altre, Jessica. Non fuggirai senza lasciare traccia né sparirai senza qualcuno alle tue calcagna. Ho saputo cosa hai fatto a Cleveland e a Detroit, le due persone che hai ucciso erano colleghi e amici.”

-“Non mancheranno a nessuna persona onesta di questo mondo, puoi credermi.”

Le catene stavano stringendo sempre meno; l’uomo dietro di lei stava abbassando la guardia. Il suo respiro affannoso esalava tanfo di paura e nervosismo. La stanza era satura e lei lo avvertiva. Il capo era il solo ad apparire calmo:

-“Sei diventata famosa in questa zona, lo sai? I telegiornali parlano di un giustiziere implacabile che ha sterminato due bande criminali. Una notizia da prima pagina, sei felice?”

Estrasse la pistola e sparò all’addome. Jessica grugnì: un altro proiettile di legno.

-“Sappi che qui non raggiungerai alcuna fama, signorina… . La tua carriera termina qui!”

Jessica rise e i presenti si irrigidirono: era una risata arida, non adatta ad un volto giovane come il suo. Le due gemme azzurre che aveva al posto degli occhi sparirono quando lei chiuse le palpebre, poi si riaprirono di scatto: colpì lo schienale della sedia con i gomiti e sfondò il materiale. Le catene si strinsero intorno alle schegge rimaste e la vampira allargò le braccia con una forza inaudita. L’uomo dietro di lei si lasciò sfuggire la presa e vide solo l’estremità di una catena che gli arrivava da sinistra, frantumandogli lo zigomo. Ruotò a mezz’aria e cadde sul pavimento, intontito. Jessica lanciò una catena verso i due sulla sinistra e ad uno sfuggì la pistola; i tre sulla destra estrassero le armi, ma lei era già su di loro: il più vicino si schiantò sulla parete con l’impronta di uno stivale sul volto; il secondo puntò la Colt, ma la mano di lei gli spostò il braccio verso il collega accanto, ancora intento a prendere la mira. Un buco sanguinolento apparve sopra l’occhio destro del criminale, che indietreggiò e si appoggiò al muro, con gli occhi spenti. Il capo e il suo braccio destro spararono e colpirono il loro compagno. Jessica prese la sua pistola e gettò a terra il cadavere, sparò al primo tizio che aveva preso il calcio nel volto e si tuffò di lato, dietro la lavatrice, evitando gli altri spari. Inserì due dita nella ferita e tirò fuori il proiettile sanguinolento; subito il foro sparì. Riuscì a ripetere il procedimento con altre tre ferite prima che uno dei nemici facesse capolino. La pistola di Jessica lo centrò in un occhio e il corpo fece una piroetta prima di cadere a terra. Il tizio con lo zigomo rotto gridava, cercando di rialzarsi, mentre i tre superstiti si riorganizzavano: il capo aveva raccolto un’altra rivoltella, mentre gli altri due stavano ricaricando.

La vampira gettò l’arma rubata e prese la sua pistola insieme al coltello. Era così che combatteva, sia contro gli umani sia contro altri mostri.

-“Siamo in tre, vampira. Puoi ucciderne uno, ma ti ritroverai piena di buchi: arrenditi!”

-“Sfortunatamente per te, sono dura a morire!”

Spinse l’elettrodomestico con la spalla e con un grido di furore la sollevò, lanciandola sui tre, che si scansarono tra grida e offese. Il quarto compagno, quello con lo zigomo rotto, sollevò lo sguardo per vedere la sua stessa fine: la lavatrice gli schiacciò la testa e dopo qualche fremito, il corpo si fermò.

Jessica saltò sul tavolo e con un calcio disarmò uno dei tre. Sparò all’altro ed evitò una pallottola del tizio in bianco.

Aggiustò la mira e premette il grilletto, ma l’arma protestò: era scarica.

Il capo sorrise, il suo braccio destro no: sgranò gli occhi mentre lei si lanciava su di lui e infilava la lama nella gola. Gorgogliò e tentò di estrarre l’arma, ma ormai era spacciato. Il pugno dell’ultimo superstite la centrò alla tempia, mandandola a sbattere contro uno dei cadaveri.

La stanza era un macello: il sangue aveva imbrattato pareti, soffitto e pavimento. Dalla lavatrice usciva materia organica e i bordi del tavolo erano colorati di rosso. Lei stessa aveva i vestiti insanguinati e la camicia bianca di lui non sarebbe più stata candida, neanche con mille lavaggi. L’uomo guardò i suoi scagnozzi con occhi sgranati:

-“Tu non sei una ragazza; sei un mostro sanguinario!”

Gettò via la pistola scarica ed estrasse il coltello di Jessica dalla gola del suo braccio destro:

-“Conosco le leggende: un paletto nel cuore o la decapitazione!”

Ciò che diceva era vero: un vampiro era spacciato se un paletto di legno gli spaccava il cuore, così come la decapitazione. Ma anche lo smembramento sarebbe stato fatale: la perdita eccessiva di sangue portava comunque alla morte dell’essere vivente o non-morto.

Jessica si rialzò e strinse i pugni:

-“Non ho bisogno di un coltello per ucciderti, avanti!”
L’uomo ringhiò e tentò un assalto: la lama puntava al collo, ma la vampira si abbassò e con un pugno allo sterno lo fece indietreggiare di qualche metro. Jessica lo spinse contro la parete, lo disarmò e lo agguantò al collo:

-“Io porrò delle domande e tu risponderai!”

Lui non rispose. Lo schiacciò alla parete varie volte finché annuì:

-“D’accordo… .”

-“Bene. Cosa sai dei Cacciatori?”

Gli occhi di lui guardarono il pavimento:

-“Niente… .”

Jessica prese la mano sinistra e gli spezzò l’indice. Gridò agitando il braccio, ma lei lo bloccò:

-“Stai mentendo! I tuoi amici di Cleveland e Chicago erano in combutta con loro e tu eri nelle loro liste! Ora dimmi la verità o ti spezzerò un altro dito!”

-“Va bene, va bene… . Sono un’organizzazione molto potente e ricca di risorse: hanno contattato le nostre…società svelando la vostra esistenza. Ci hanno spedito una lista di nomi con l’obiettivo di eliminarli fisicamente: uomini, donne, vampiri, licantropi, streghe…”

-“E così sei arrivato a me?”
Scosse la testa:

-“Sono stati i miei colleghi a mettermi in guardia su di te. Sei diventata famosa nella costa orientale statunitense e molti ti stanno cercando. Pagherebbero molto per avere la tua testa.”

-“Chi mi sta cercando? Sono umani o altre creature?”

-“Entrambi. C’è un vampiro che, secondo i miei informatori, ti sta cercando da molto tempo.”

Sapeva di chi stava parlando:

-“È il mio creatore, James Eifirch.”

-“Non conosco il nome, ma so che ha fatto molte domande su di te e segue la tua scia di…sangue.”

-“Il passato è passato, ormai.. .”

Non era vero. Lei e James erano stati intimi, si erano amati per un breve periodo e quel che era nato si era ridotto ad un’ombra sempre presente.

Al piano superiore si udirono dei passi e Jessica si allarmò: posò l’uomo in bianco e tese l’orecchio. Non sentì altro, ma era certo che ci fosse qualcuno oltre a loro:

-“Aspettavi qualcuno?”

-“No, la casa è abbandonata… .”
Le orecchie della vampira captarono dei passi impercettibili sulle scale. Jessica si scansò in tempo prima che il battente di legno si riempisse di buchi. L’uomo in bianco fu più sfortunato: cinque o sei pallini di metallo lo centrarono sul volto e lo adagiarono accanto ad una gamba del tavolo.

Meglio a te che a me… .

Si nascose dietro la parete con la sua pistola e aspettò. La porta si aprì lentamente e la canna di una doppietta fece capolino.

La vampira allungò la mano, prese l’estremità dell’arma e la sollevò. Il fucile fece fuoco e parte dell’intonaco del soffitto cadde sulle teste dei due; Jessica tentò di strappare l’arma di mano, ma lo sconosciuto la tenne saldamente.

Non è umano, non potrebbe reggere alla mia forza.

Il calcio del fucile la centrò all’addome, ma la vampira riuscì a tirarlo lontano. Estrassero i coltelli contemporaneamente e li puntarono contro le rispettive gole: il tizio era calvo, aveva uno spolverino marrone e stivali di pelle. I suoi occhi erano neri come la pece, segno caratteristico del licantropo. Si fissarono, silenziosi, poi lui sussurrò:

-“Qual è il tuo nome?”

-“Non ha importanza. Tu chi sei, invece?”

-“Nessuno di importante. Sono qui per condurti in cella per aver attentato all’organizzazione.”

-“Sei un Cacciatore?”

Portò la mano alla cintura e Jessica avvicinò il coltello alla sua gola.

-“Tranquilla, sto solo prendendo… .”

Si mosse veloce per prendere delle strane manette, ma lei affondò la lama nel braccio e indietreggiò. Dalla cintura cadde un distintivo con uno strano simbolo: un drago che si mordeva la cosa. Ouroboros? Forse.

Lo spinse contro i cadaveri degli umani e fuggì dalla casa.

Ne aveva avuto abbastanza di Chicago: era tempo di tornare sui suoi passi. Conosceva il vero significato dell’Ouroboros ed era intenzionata a tornare là dove lo aveva visto per la prima volta. Quel Cacciatore l’avrebbe seguita e la prossima volta lo avrebbe ucciso senza rimorso. Nel distintivo c’era scritto un nome: Jonas Lewiston. Se fosse tornato alla carica, quel nome sarebbe stato scritto su una lapide.

[Questo è il primo racconto brevissimo che intendo scrivere sul mondo che sto creando. Nei prossimi mesi ho intenzione di pubblicare altre storie del genere che hanno come protagonisti i personaggi che interpretano il mio prossimo romanzo “Frammenti di Tenebra – Due Cuori e una Vendetta”; Jessica Derbert è stata la prima e spero vi sia piaciuto il suo carattere scontroso e cinico.]

Fotografie (parte 2, fine)

…..Non sa come si è ritrovato lì. Come in tutti i sogni, osserva la scena, distaccato, come se fosse nient’altro che un sospiro nel vento. È un locale ombroso, quello in cui si trova, e a fatica scorge le persone che parlano sottovoce, in mezzo a scatoloni e roba vecchia. Sembra una soffitta, o un seminterrato: quei luoghi che raccolgono tutto ciò che le persone ritengono ormai inservibile, quei luoghi in cui il silenzio regna sovrano e gli oggetti giacciono inanimati per anni, in un’oscurità densa e soffocante. L’odore non è dei migliori: oltre all’odore di muffa e di vecchio, ce n’è un terzo, più subdolo, che non vuole farsi riconoscere. Josh lo avverte, nonostante non abbia un corpo e l’ansia lo attanagli. Quell’odore si avverte nelle tombe, nei mausolei sprangati e abbandonati da famiglie ormai sterminate, nelle case abbandonate che hanno vissuto emozioni strazianti. Josh lo avverte anche con l’anima e capisce che qualunque cosa sia stata adagiata in quella soffitta, o seminterrato (non ci sono finestre, non capisce in quale parte della casa si trova), possedeva qualcosa, un’emozione molto potente. Magari un oggetto che aveva vissuto con il suo padrone per anni, forse, che aveva immagazzinato tutti i suoi sentimenti e le sue emozioni, solo che non erano sentimenti buoni, o emozioni positive. Il proprietario era una persona triste, sola, con un lato oscuro nel suo animo. Come accade nei sogni, Josh capì che ci aveva azzeccato.

Quelle due persone chiuse in quella stanza, sono un uomo e una donna. Josh si avvicina e avverte la rabbia e la paura, odori pungenti nel suo naso “spirituale”. La donna piange, l’uomo continua a parlare. Josh sa che è suo marito, che lei lo ha offeso davanti a tutti per quello che ha osato fare, che la pagherà in qualche modo. E vede anche cosa pensa l’uomo, nota le immagini sulla sua testa, come un fumetto anni Cinquanta in bianco e nero. Una festa, risa e suoni musicali, l’uomo ride con i suoi amici, o forse colleghi, la donna spunta dal nulla e scatta una foto. I colleghi smettono di sorridere, l’uomo diventa paonazzo e spinge via la donna, stupita. C’è qualcosa nei loro indumenti che Josh inizialmente non nota, poi capisce che non sono contemporanei: a occhio e croce, siamo negli anni Quaranta, magari con la guerra in corso. Il fumetto scompare improvvisamente, quando l’uomo la strattona e la spinge contro una parete di legno. La donna grida e Josh capisce cosa è successo, anche se non sa spiegarsi come sia possibile.

Gli amici dell’uomo avrebbero dovuto fruttare a quest’ultimo molto denaro, per qualcosa che Josh non riesce a intravedere, forse terre e campi fiorenti… . Uomini di campagna, uomini che si erano arricchiti sulle spalle dei poveri contadini, che fingevano di essere diversi, di essere cittadini superiori, piccoli borghesi di provincia. Ma le superstizioni, nonostante fossero nel XX° secolo, erano dure a morire. Josh sapeva bene che a fine Ottocento, anche negli stati più progrediti e moderni, esistevano ancora persone che rifiutavano il progresso e lo comparavano al Diavolo. Uomini poco dotti o radicati su pensieri fuorvianti che vedevano il motore a vapore come un’offesa a Dio e all’Uomo che sapeva stare al suo posto nell’Universo.

E anche la fotografia aveva subito lo stesso amaro percorso: alcuni affermavano che le persone fotografate correvano il rischio di radiazioni o di altri effetti nocivi, talvolta mortali. Altri, più dediti al mondo spirituale, o semplicemente rimasti indietro al tempo dell’Inquisizione, affermavano certamente che la macchina fotografica arrivava, certe volte, persino a rubare l’anima.

Ai giorni nostri, queste stupide superstizioni sono ormai morte e sepolte, persino tra le tribù quasi primitive della Nuova Zelanda o dell’Africa; ma cinquant’anni prima, nelle regioni estreme del mondo, o semplicemente nei luoghi isolati, dove il progresso faticava ad arrivare, c’erano ancora persone che credevano fermamente al Male nascosto nelle nuove tecnologie.

Capisce che quell’uomo ha perso i suoi affari e legge odio e avidità nei suoi occhi, persino nella sua anima.

E quando colpisce la donna, forse sua moglie, o sua sorella, o magari la figlia, chissà, spingendola contro la parete e facendola cadere, Josh prova a muoversi, ma le gambe non rispondono al suo comando. A terra, l’aggressore continua a colpirla ininterrottamente, mentre la vittima tenta di difendersi e scalciare. La disperazione sale in quella stanza, Josh ne sente il fetore. I contorni delle cose iniziano a sfumare, così come le persone, ma prima che Josh si svegli, può vedere l’uomo che strappa dal collo della donna un oggetto, e inizia a colpirla sulla faccia con quest’ultimo. Josh non riesce a vedere di cosa si tratta, ma lo capisce mentre ormai tutto sparisce nelle tenebre. L’oggetto sembra rompersi, e qualcosa cade lontano dai due. Mentre la scena del probabile omicidio svanisce, Josh vede un rullino che rotola libero nella penombra della stanza. Lì rimane, mentre a pochi metri di distanza, un uomo uccide una donna.

La mattina accolse Josh con il sole negli occhi. Si alzò dal letto e si accorse che aveva dormito con i vestiti del giorno scorso. Scosse la testa, disorientato e con un principio di mal di testa, e cercò la foto. Era sul comodino, innocua, ma a Josh ricordò il tronco che galleggia nelle paludi, e che si rivela essere poi un coccodrillo famelico.

È cambiata ancora?

Non si avvicinò, non voleva guardare. Sapeva che sarebbe impazzito se avesse visto qualche cambiamento. Scese dal letto, e prima di fare colazione, andò alla parete e guardò che giorno era dal calendario che teneva sopra la scrivania, vicino il finestrone.

Il lavoro si trascinò lento e inesorabile fino al tardo pomeriggio. Gli chiesero come stava, perché mai era così stanco e pallido, ma Josh dette loro poche spiegazioni, rapide ed essenziali. Bugie, insomma.

C’era un collega che lavorava proprio accanto al suo ufficio, con il quale aveva una certa confidenza, maggiore rispetto a tutti gli altri. Il suo nome era Stephen… . Il cognome gli sfuggiva sempre, si ricordava solo che era sposato con Allison, e aveva due figli a giro nel mondo.

Abitava in un condominio a New York e sembrava una persona a posto. Quel giorno, Stephen notò le borse sotto gli occhi e lo sguardo assente di Josh. Quando gli chiese come stava, Josh rispose dopo qualche secondo, come se parlasse da un telefono distante migliaia di chilometri: un rullino, una foto strana e un sogno inquietante. Stephen rise e gli consigliò dei sonniferi, ma lo sguardo di Josh era maledettamente serio, così gli chiese maggiori dettagli e lui raccontò tutto. Alla fine della storia, Stephen capì che il suo collega era sull’orlo di una crisi di nervi e per calmarlo, gli propose di gettare via la foto e il rullino. Evidentemente qualcosa lo aveva turbato, complice la stanchezza e lo stress. La sua mente ne stava pagando le conseguenze.

Josh non ascoltò granché del discorso dell’amico, preso dai foschi pensieri che turbinavano nella sua mente. Forse aveva visto male? Non poteva che essere la verità. Una foto che si muove, andiamo… . Benvenuti ai Confini della Realtà, prossima fermata, Manicomio e Camicia di Forza, due posticini ridenti e tranquilli. Si alzò di scatto, spaventando l’amico, e con un sorriso tirato gli comunicò che era finito il suo turno: mancavano ancora dieci minuti, ma per Josh era arrivata l’ora di andarsene.

Sul vialetto di casa il cuore iniziò a battere più forte e lo stomaco si contrasse. Il suo inconscio non si era dimenticato della foto: e se fosse realmente cambiata? Quella mattina non aveva avuto il coraggio di guardare… . Il sole stava tramontando quando le chiavi entrarono nella serratura e ruotarono. Il battente si aprì e la casa lo ingoiò.

Si tolse la giacca e si soffermò davanti la camera oscura. La porta era chiusa, ma dentro di sé avvertiva la certezza irrazionale che lì dentro ci fosse qualcuno. La mano si avvicinò alla maniglia e ci si avvinghiò. Il colore della mano si fece bianco da quanto stringeva il ferro, ma Josh decise di aprire, e così fece.

La stanza era vuota. I suoi oggetti erano al solito posto, tutto era in ordine. Josh sospirò di sollievo e chiuse la porta. Salì le scale fischiettando ed entrò in camera: il sole se n’era già andato e la Luna era visibile in cielo, proprio davanti al suo davanzale. Gli occhi di Josh si spostarono sul rettangolo bianco posato sul comodino.

Al diavolo, prima mangio e poi le do un’occhiata.

Ma non fece così. Si gettò nel letto per arrivare prima alla foto e la prese con violenza. Accese la lampada vicino al letto e osservò la foto.

La luce lunare invadeva la stanza, ma c’era un’altra fonte luminosa, fuori dall’immagine, proprio dietro a colui che aveva fotografato la scena: si vedeva la sua ombra sul letto, intenta a tenere in mano qualcosa di diverso da una macchina fotografica. Sembrava… .

Josh vide l’ombra di se stesso che guardava una foto. Alzò lo sguardo ed era proprio così, ma l’uomo fu attratto da un altro particolare: sul davanzale, con una mano appoggiata sul vetro, c’era una donna. Non riusciva a vedere bene il volto, ma gli abiti erano antiquati e la figura sembrava tremolare come un vecchio film in bianco e nero. Josh sgranò gli occhi e indietreggiò istintivamente, cadendo dal materasso: si rialzò, ma la donna era sparita. La foto sul letto sembrava deriderlo: sul davanzale era rappresentata la figura spettrale. Josh si mosse verso la porta e i suoi occhi registrarono il calendario accanto alla finestra, come nella foto. Non era un quadro! Avrebbe dovuto capirlo subito che l’immagine ritraeva la sua stessa stanza. Aprì il battente di legno e premette l’interruttore, ma la luce non si accese. Emise un verso strano, un incrocio tra un ringhio e un gemito, mentre premeva ripetutamente il pulsante.

Nel buio, scorse una figura più nera camminare lentamente verso di lui. Non capii se era la donna, o qualcun altro. Tornò indietro e si rinchiuse nella stanza. Indietreggiò e chiuse gli occhi: non voleva vedere la maniglia che ruotava da sola. Sarebbe salpato verso la follia se solo avesse visto quella scena, e non dette ascolto ai cigolii, né ai lievi colpi sul legno.

Sono solo i rumori del legno, solo i rumori… .

Tornò all’immagine: la prese e controllò. Niente di strano, solo… . Cosa diavolo era quello!

Josh lasciò cadere la foto e guardò il davanzale: c’era una coppia di persone. Una figura maschile si stava accanendo su un corpo femminile. Il suo braccio destro si alzava e si abbassava continuamente e colpiva il volto della donna con una macchina fotografica antiquata. Josh vide un rullino volare via e sparire nell’ombra. Lo stesso rullino che aveva trovato lui.

La coppia svanì come fumo, lasciando Josh solo e smarrito. La porta non dava più segni di vita. Prese l’immagine e la vide nuovamente diversa: in quello stesso istante la finestra del davanzale esplose. Josh gridò mentre le schegge si conficcavano nella parete e nel letto. In mezzo ai detriti, c’era una macchina fotografica insanguinata; sull’angolo superiore destro c’era una chiazza rossa, frammenti bianchi e alcuni capelli lunghi incastrati. Il flash antiquato era rotto e pieno di sangue.

Era abbastanza per lui: strappò la foto in mille coriandoli e li lasciò cadere per terra, poi uscì nel corridoio. Camminò a stento nell’oscurità e scese le scale inciampando due o tre volte. Aveva in mente un piano: distruggere il rullino. Qualunque cosa stesse accadendo, era sicuro che la sorgente fosse quel dannato oggetto antico. Forse il film aveva catturato le emozioni, invece dei raggi luminosi che creano una foto; un rullino spirituale. Maledetto.

Mosse le mani verso la porta della camera oscura, cercando la maniglia, ma scoprì che qualcuno l’aveva aperta prima di lui. I suoi occhi si spostarono in cima alle scale: c’era un figura immobile che lo guardava con occhi senza pupille, bianchi e senz’anima. Erano gli occhi di una bambola, erano male puro.

La donna mosse un piede e scese un gradino. Il volto fissava qualcosa in lontananza, con un ghigno distratto. Josh entrò nella camera oscura e chiuse la porta, rimanendo al buio più completo. Solo in quel momento si rese conto di essere stato un idiota: la forza che agiva tramite quelle immagini diaboliche lo aveva attirato lì dentro grazie all’immagine di quello spettro in cima alle scale.

L’oscurità pareva solida, ma Josh conosceva a memoria la posizione dei ripiani. Procedette a tentoni: il rullino doveva essere vicino alle vasche piene di sostanze chimiche. Lo aveva lasciato lì dal pomeriggio precedente.

Sentì lo spigolo del ripiano e si appoggiò al legno. I passi erano piccoli e rapidi, poi le orecchie captarono un tintinnio poco lontano.

Josh si fermò. Sentiva il cuore che batteva all’impazzata; gli occhi erano quasi fuori dalle orbite, sintomo comunissimo per chi è spaventato a morte. C’era qualcuno con lui nella stanza, ne era certo. Proseguì il suo cammino con l’ansia sempre più crescente. Toccò delle bottiglie che conosceva bene e infine le vasche metalliche: solo allora iniziò a tastare il ripiano convulsamente, nella speranza di urtare il rullino. E lo toccò: sentì il freddo del metallo antico, e la sensazione familiare al tatto della pellicola. Sorrise al buio, mentre stringeva l’oggetto, e si appoggiò con l’altra mano al ripiano: non toccò la superficie di legno, né una vasca metallica. Sentì un tessuto freddo, morto, e subito dopo tutto l’oggetto: una mano.

Gridò con quanto fiato aveva in gola e alzò il braccio nel punto in cui credeva ci fosse il corpo: qualcosa colpì, e sentì un verso stridulo in risposta. Aveva urtato un tessuto cedevole e molle, qualcosa che un tempo era vivo ma ora brulicava di vermi e larve di mosca. Perse l’equilibrio e rischiò di cadere contro la porta chiusa della camera oscura: adesso riusciva a vedere la figura, gli sembrava di percepire i contorni più neri. Un tempo doveva essere stato un uomo, ma la morte lo aveva sfiorato. Il colpo di Josh gli aveva fatto pendere la testa in modo innaturale. Sentiva le scarpe vecchie di mezzo secolo che strisciavano sul pavimento. Vide anche un oggetto nella mano destra, che teneva alzato sopra la testa: voleva colpirlo, forse aveva capito le sue intenzioni! Spinto dall’istinto, Josh ruotò la maniglia e gridando colpì il ginocchio del morto con un calcio. La gamba cedette e il cadavere gridò, ma Josh non se ne preoccupò: chiuse la porta e sfrecciò verso la cucina. Girò l’angolo e si scontrò con la donna: questa volta vide davvero la sua faccia. Gli occhi bianchi erano a pochi centimetri dai suoi, il naso era reso più adunco dalla morte e le labbra erano nere. Un tempo doveva essere stata bella, ma qualunque cosa la usasse, l’aveva resa orrenda. Sopra l’occhio destro, la testa sembrava sprofondare al suo interno: il cranio era spaccato e l’osso sembrava un uovo di Pasqua rotto da un pugno di un bambino violento. La bocca si aprì lentamente e la donna fece scivolare fuori una lingua nera e marcia: Josh urlò e fece un passo indietro, mentre lo spettro sembrava ghignare. Le corse accanto, incurante delle mani morte che tentavano di ghermirlo e si fiondò sui fornelli. Il fantasma capì cosa intendeva fare: emise un urlo stridulo e la bocca aperta si aprì esageratamente come una fornace. Josh la colpì con una pedata e accese i fornelli, poi avvicinò il rullino. La pellicola prese fuoco, ma qualcosa andò storto: anche i vestiti di Josh presero fuoco. L’uomo gridò e sbatté contro la parete. La donna svanì urlando, lasciando una pozza nera sul pavimento, ma Josh non se ne accorse: gridava mentre il fuoco gli bruciava i capelli e si diffondeva per la cucina, sul tavolo e sui divani, fino alle tende.

L’ultima cosa che Josh vide prima che il fuoco gli sciogliesse i bulbi oculari, fu la porta della camera oscura aperta. E un uomo morto con una macchina fotografica davanti il volto e una foto nell’altra mano, ritraente un incendio in una casa familiare.

(fine)

Fotografie (Parte 1)

Il pensiero che balenò nella mente di Josh Randall, quando trovò un rullino dimenticato in un cassetto della cantina, fu una scena avvenuta anni prima: lui, più giovane e altrettanto sguaiato, che scattava una serie di foto al mare calmo e piatto come spesso è al mattino. L’orizzonte infinito, due motoscafi che viaggiavano placidamente sul pelo dell’acqua, distorcendo e sfregiando la calma mattutina. Poi uno di quelli aveva urtato l’altro, e Josh aveva sentito dentro di sé una certa eccitazione, inquietante, inizialmente, ma soddisfacente: sapeva che presto qualcosa sarebbe accaduto, e infatti i due proprietari erano venuti alle mani, e lui aveva continuato a fare le foto. Quando poi era intervenuta la polizia e uno dei turisti aveva allungato un pugno al pubblico ufficiale, Josh aveva continuato a immortalare ogni momento: gli era fruttato cento euro presso il giornale locale, e in quel periodo era a corto di denaro, così non si era fatto pregare molto.

Era passato molto tempo, da quella scena. Josh era cresciuto, aveva vissuto abbastanza da crearsi una famiglia, che poi lo aveva abbandonato… . O meglio, lui aveva abbandonato loro, preferendo il lavoro alla moglie, e alla figlia. Ma guadagnava abbastanza da mantenere loro e se stesso. La casa dove viveva in quel momento era la stessa che aveva condiviso con la famiglia, e non si era fatto scrupoli quando l’amata mogliettina aveva preteso quel tetto. Nostra figlia, la scuola è vicina… . Josh era stato irremovibile: la casa è mia, non avresti dovuto chiedere il divorzio, è tutta questione di soldi, e così via. La maggior parte dell’umanità, forse anche più della maggior parte, avrebbe condannato Josh e il suo egoismo sfrenato, ma a lui non importava. Si era costruito tutto con le sue mani, e non sarebbe stata certo una donna a portargli via tutto… . E sua figlia.. tale e quale alla madre.. . Era così che lo ringraziavano di ciò che aveva loro procurato.

Così diceva Josh ai suoi colleghi, che non osavano mettergli sotto il naso che, a parte la moglie, almeno la figlia doveva essere mantenuta e supportata a dovere, senza distacchi e sfuriate. Ormai verso i cinquant’anni, Josh era quel tipo di uomo che aveva costruito da solo un’immagine di sé che si avvicinava più ad un semidio, se non ad un dio. E cosa faceva quel Dio per mangiare? Fotografia, ovvio.

L’azienda che lo finanziava era esperta nel settore visivo: pubblicità, album fotografici e locandine, dalla politica ai poster per bambini.

E lui, questo glielo concedevano tutti, possedeva un’elevata esperienza e un gusto che sapevano correre con i tempi e con le persone giuste.

Immortalava i momenti della vita come un pittore dipinge il volto del soggetto con assoluta maestria; lo faceva come passatempo, stampava le foto presso la sua camera oscura personale, ammirava i suoi lavori, e poi le infilava in scatole di cartone anonime, nel seminterrato di casa. Quel locale era un museo dell’immagine, ma tutte quelle foto erano nascoste, nell’oscurità più totale, e quasi dimenticate.

E fu quindi una sorpresa, quando Josh ritrovò un rullino non stampato in quel cassetto, nella camera oscura. La pellicola non sembrava danneggiata, e non c’era neanche un po’ di polvere, attirata dal film che racchiudeva chissà quante immagini. Com’era possibile che non avesse sviluppato quel rullino? Nella penombra della stanza, Josh avvicinò la mano all’oggetto, si bloccò un attimo, pensieroso, poi strinse il rullino tra pollice e indice alle estremità, per non toccare la pellicola. Per la prima volta avvertì uno stordimento, quel genere di emozione che fa girare la testa e fa tremare le gambe. In quel caso non era meraviglia accompagnata da felicità o sicurezza; quella meraviglia che provò in quel momento il fotografo fu accompagnata da una certa inquietudine che non seppe spiegarsi, se non dopo qualche minuto.

Il cuore batteva più velocemente del normale e lo stomaco era balzato in gola: quel rullino non aveva niente di strano, ma contemporaneamente era tutto sbagliato!

Per prima cosa, le due dita avevano toccato un materiale ferroso. Il rocchetto era metallico e c’era una protezione dello stesso materiale anche intorno alla pellicola. Solo l’estremità usciva fuori dal contenitore, come una lingua nera che Josh associò subito ad uno strangolamento.

Si rigirò tra le mani il reperto e si rese conto che alle estremità della bobina, c’erano due fori.

Per avvolgere la pellicola… .

Aveva già visto quel tipo di rullino, ma allora non aveva più di venticinque anni, quando un vecchio fotografo gli mostrò tutta l’attrezzatura del mestiere. Dopo la seconda guerra mondiale, i rullini possedevano quel tipo di bobina, in metallo, talvolta verniciato in marrone lucido; erano utilizzabili per più di una sola volta. C’era un attrezzo apposito, rilasciato dalle aziende del settore, che permetteva di avvolgere delle pellicole vergini e riutilizzare così il rullino. Ma questo avveniva quando lui non era ancora nato! La sua razionalità suggerì che quel genere di pellicole esistevano ancora negli anni Settanta, quando lui aveva sì e no dieci anni. Ma furono poi sostituite dagli odierni rullini, in plastica e monouso. Josh continuò a fissarlo, mentre dentro di sé la parte ancora ragionevole stava cercando di calmare l’istinto che, come una scimmia impazzita, correva qua e là nelle stanze enormi della sua mente.

Che cosa c’è dentro?

Quella domanda lo colse di sorpresa. Cosa avrebbe trovato lì dentro? La curiosità iniziò a sovrastare gli altri sentimenti e così, Josh fece quello che aveva fatto da sempre: sviluppò un rullino.

Erano passate poche ore e Josh era seduto sul letto matrimoniale, solo, con lo sguardo perso nel vuoto. L’orologio batté quattro colpi, tra due o tre sarebbe spuntata l’alba e forse qualche spiegazione sarebbe nata nella sua mente. Mentre i suoi occhi continuavano a fissare un punto in lontananza nel muro, il suo cervello era all’opera e non si sarebbe sorpreso se avesse visto spuntare fumo dalle orecchie. Sì, perché ciò che aveva accanto a sé, era come un punteruolo conficcato nella sua testa, che non gli lasciava un attimo di tregua.

C’era una sola foto.

Aveva sviluppato il rullino e aveva impiegato molto tempo per evitare che la vecchia pellicola si disfacesse o distruggesse la foto contenuta. Il risultato era stato accettabile: nonostante alcuni colori fossero ormai spariti e un alone giallo impregnasse la scena, era uscita una foto. All’inizio aveva controllato almeno tre volte il rullino, per essere sicuro che non ci fossero altre immagini, ma la pellicola aveva un solo scatto; il resto era vuoto.

L’immagine mostrava l’interno di una casa, una camera da letto probabilmente. Si poteva vedere il profilo di un armadio nell’ombra; il resto era occupato da un finestrone e la parete era spoglia, con un quadro attaccato al muro e coperto dall’oscurità: si notava solo la sagoma di qualche paesaggio. Non era poi così tanto diversa dalle altre camere del mondo, poteva essere persino la sua. La foto si concentrava sul finestrone e sul terrazzo all’esterno. Era stata scattata di notte, ma la luce della luna illuminava il davanzale come se fosse giorno. I colori erano sbiaditi, ma Josh riusciva a vedere tutto nitidamente.

Come era arrivata lì quella foto? Cosa rappresentava? Chi l’aveva scattata, e per quale motivo?

Si era posto quelle domande almeno due ore prima, con lo scatto accanto a lui, come a schernire la sua razionalità: lei era lì, era reale, e lui non poteva farci niente. E mentre Josh rifletteva su qualche possibile spiegazione, qualcos’altro stava avvenendo in quella camera, qualcosa che può spingere un essere umano a pensare che ci sia qualcosa di rancido nell’universo, qualcosa che talvolta riesce a toccare anche questo mondo, che inspiegabilmente lo muta a suo piacimento. In seguito Josh avrebbe pensato che tutto quello che sarebbe accaduto in quei due giorni, fosse stato opera di qualcosa di intelligente, non certo del cieco Destino, ma meno umano di quest’ultimo.

Non seppe dire quando la foto cambiò. Un secondo prima pensava da dove potesse essere arrivato quel rullino e un secondo dopo riguardava la fotografia, poi la riposava e dopo la riguardava. Dopo una serie infinita di azioni come queste, si accorse che qualcosa era cambiato: non vide subito il cambiamento, ma percepì qualcosa di storto. Fissò l’immagine, mentre tra sé rideva prendendosi in giro: figuriamoci se una foto cambia soggetto, o semplicemente muta un particolare, figuriamoci se… .

Le porte a vetri del finestrone erano più illuminate, come se la luce lunare si fosse intensificata, come se… .

Come se la Luna si fosse spostata… .

Tutto ciò appariva ridicolo, e se non fosse stato per un particolare agghiacciante, Josh avrebbe dato la colpa alla stanchezza e avrebbe risolto il problema affermando che prima non aveva fatto caso al finestrone.

Sul terrazzo, esattamente secondo la direzione dei raggi lunari, c’era un’ombra, proiettata sul pavimento, lunga e sottile come una lama nera.

Il terrazzo è più ampio di come lo vediamo da qui.

Josh scosse la testa, sorpreso: quindi stava credendo a tutto ciò che vedeva?! Era sicuro che prima non ci fosse nessuna ombra, nessun ostacolo tra la Luna e la camera. La luce ora proveniva da sinistra, così come l’ombra, e la parete con il quadro era leggermente più illuminata. Quello attaccato alla parete non era un quadro, ma un calendario, con l’immagine esotica di un luogo tropicale. Ora poteva vedere persino i numeri, ma il mese era ancora oscurato dalla penombra.

Cosa sta succedendo?

(Fine Parte 1)