Marionettista Senza Fili

Dobbiamo smetterla di guardare dentro l’Abisso della routine degli eventi, che come in un loop senza fine, si ripete all’infinito istante per istante, ferma. Che cosa rimarrebbe di noi dopo un volo astrale attreverso il mare prismatico degli ossimori e delle contraddizioni? Che rimarrebbe dopo essersi immersi e sprofondati nelle acque melmose della fossa? Quello che ho scorperto è che se guardi nell’Abisso, esso guarda in te, contagiandoti, trasformandoti ed infine, cercando di mantenere l’integrità dell’anima, diventi esattamente ciò che non vuoi diventare… e poi che cosa rimane? Niente. O forse quello che c’è sempre stato: frammenti di vetro del muro infuocato, guardati attraverso un prisma di specchi. Nelle mie notti da Sognatore Insonne, spesso scappavo a rimirare il paesaggio montuoso del caos mutevole delle idee; voglio creare, voglio cambiare la mia situazione, ma avendo paura di sbagliare, non la cambio oppure mi annoia. Sono così abuituato ad essere una brutta via di mezzo, come un ossimoro, un marionettista senza fili, che penso mi faccia paura cambiare, o peggio, mi faccia star male. Guardatemi. Non so neanche scrivere un testo che abbia un filo conduttore. E allora si ritorna da dove eravamo partiti, in eterno, nella spirale degli attimi, degli istanti infiniti, punto per punto. Teoricamente quando mi sono risvegliato dal sonno eterno delle convinzioni, ho ottenuto la capacità di vedere me che sto guardando me stesso, instaurando così una rete neurale conica, la cui sgradevolezza logica mi ha sempre inebriato, fino a sentirmi un ingranaggio vomitato dalle fauci del Pozzo. Considerando ciò e posto vero che “non è morto ciò che in eterno può attendere e col passare degli strani eoni, anche la morte può morire”, la domanda allora diventa: quanto tempo passerà?

Io sono questo e lo sarò in ogni istante, in eterno. Io sono il Marionettista Senza Fili.

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Stelle

Vi ricordate di me? Ricordate, o sognatori insonni, chi sono? No? Eppure abbiamo raccolto insieme i frutti del mare del sogno, nel mondo delle idee! Io non sono un uomo, io sono un concetto che ha preso forma nel mondo reale: imprigionato e regredito ad umile essere vivente. Io rappresento l’ostinazione di tutti coloro che credono nei propri sogni, più di quanto credano in se stessi. Io sono un ossimoro vivente, sono colui che agisce nell’ombra, analizzando le situazioni e manipolando le emozioni. Io sono presente in tutti voi, che sognate, che soffrite, che non avete pace, che siete degli ossimori; io sono il Marionettista Senza Fili. Proprio a voi sono dirette le mie parole:

“Quando pensate, guardate le stelle, così potremmo dire di aver visto la stessa cosa. Un’immensa distesa di prismi impossibili, di ogni colore dello spettro solare e anche di quelli che non si possono vedere; noi l’attaverseremo insieme di notte, mentre la neve cade, poichè ricordate, non si torna indietro neanche per prendere la rincorsa. Progrediremo lenti e inesorabili come l’erosione del vento sulla montagna”.

Marionettistasenzafili

Da ZERO: il libro segreto della famiglia Unknown

Il sentiero dell’ uomo saggio passa attraverso il voto di rinunciare alle pulsioni animalesche, al fine di valicare il muro fiammeggiante del mondo.  Benedetto sia colui che  percorre nella notte il sentiero dove ciò che è logico e ciò che è giusto combaciano, poiché Egli saprà tornare indenne dalla pesantezza delle responsabilità, che derivano dalla consapevolezza di essere oltre a quella bottiglia di vetro che il popolo vivente chiama Realtà. L’Incarnazione  si saprà innalzare, con occhi ardenti, sopra l’oceano di problemi diventando non la guida per uno, ma un esempio per molti.

                    Dobran  Unknown

Soul

The chronicles of the fantasy world

Vulcano’ s Legend – Soul

cap. 1 l’assassino

 

Era una notte buia e tempestosa, a causa delle forti piogge acide che da ormai sette giorni si riversavano imperterrite. Nessuno osava uscire di casa, ovviamente, essendo esse nocive perfino per i vulcaniani; solo un auto viaggiava nelle Skyroad, le autostrade del cielo, sfidando lo sciame di fulmini che si abbattevano sugli enormi parafulmini che il governo aveva costruito per la sicurezza di chi viaggiava e per ricavarne energia elettrica. L’auto volava sulle campagne oscure dove si annidavano le bestie più  strane e pericolose, in lontananza si potevano notare due enormi draghi che si sfidavano in un duello colossale sotto la pericolosissima tempesta. Il guidatore aveva l’aspetto di un uomo di mezza età con addosso quello che un terrestre avrebbe chiamato smoking, nero come la pece, intonato con guanti in pelle di drago di dubbia provenienza. L’unica nota stonata era una collana con un pendaglio a forma di teschio.

Il silenzio dell’ abitacolo piaceva molto a John o Gordon, come diceva sua patente, ma nel suo caso i documenti raramente dicono la verità. Lui non era niente più che un ombra, un fantasma, un anima, ed è proprio da lì che deriva il suo soprannome Soul, la cosa più vicina ad un identità che aveva. C’è chi dice che l’identità delle persone è l’ eco nel mondo reale dell’ anima, per lui no: l’identità era soltanto un pezzo di carta, uno strumento rubato agli altri da usare e, quando si è finito di usarlo, gettarlo per rubarne una nuova.

Girò leggermente la testa indietro per guardare la donna svenuta bionda con gli occhi azzurri, con addosso un seducente abito di seta rosso. Era legata ed imbavagliata in modo che non potesse né ribellarsi, né fuggire, né chiamare aiuto. Nessuno se ne era accorto che l’aveva portata via e perciò nessuno l’avrebbe cercata, almeno fino al giorno successivo, e quindi aveva una notte intera per divertirsi e già si prefigurava il programma per la serata.

John la guardò nello specchietto retrovisore e pensò: – Peccato che dovrà morire perché era proprio il mio tipo – John pensò un attimo poi continuo – Forse cambio il mio programma, ma tutto dipenderà da quanto sarà brava

– Vuoi usare la sua identità? – disse un uomo seduto dal lato del  passeggero – La vuoi possedere? –

Sì Frank. E’ proprio questa la mia intenzione – pensò John – poiché questo corpo non durerà ancora a lungo l’ho già prosciugato quasi tutto; e poi mi piace impersonare le donne, hanno un diverso modo di pensare che non conosco e così c’è sempre qualcosa da sapere di nuovo. Curiosa la psiche umana no?-

– Intendi come umani qualsiasi specie con Q.I. uguale o superiore a quello di noi vulcaniani? –  chiese Frank

Come sempre ovviamente. – continuò John – Comunque le donne sono irrazionali ed emotive, perfetto per il prezzo –

Il principio del “Do Ut Des”, il prezzo per l’utilizzo della collana. Mi piaci come ragioni!-

Forse perché sei una proiezione della mia mente? –

Probabile. Comunque perché non mi parli e devo sentire cosa pensi, hai paura di sembrare pazzo? Un tempo lo facevi –

Lo sai che non me ne importa, Frank. E’ che non voglio che si svegli il nostro oggetto di studi sulla psiche vulcaniana femminile –

Ah! Ora capisco – concluse Frank.

Avevano appena superato gli Appennini Draconici e stavano ora sorvolando Mare dell’Agonia, un grosso lago che ha la caratteristica di avere al posto dell’acqua acido puro, il più corrosivo che c’è in circolazione, molto richiesto sul mercato per la difficoltà di trasporto e reperibilità. Il lago, di solito calmo, era pullulato dei mostri dell’acido, i quali uscivano soltanto durante le tempeste, poiché gli altri giorni si nascondevano per tendere agguati agli sventurati, che inconsapevoli, passavano di lì.

Erano soltanto a metà viaggio e la strada non accennava a finire. John portò il motore al massimo della velocità. Il motore rombava coperto dal rumore dei tuoni e dall’insonorizzazione dell’abitacolo. L’intelligenza artificiale dell’auto, che di solito indicava la strada ed eventuali pericoli imminenti, non faceva altro che ripetere di atterrare perché le condizioni di volo non erano favorevoli e di aspettare che la tempesta passasse, ma aveva fretta: il tempo stringeva. Guardò l’orologio della sua A.I., diviso nelle quarantotto ore vulcaniane, e ciò che vide non gli piacque: aveva soltanto dodici ore di tempo, ma ce l’avrebbe fatta comunque.

*

 Finalmente trovò l’uscita della Skyroad e scese di quota. L’auto sfrecciava levitando a mezzo metro dal suolo, quando scorse in lontananza la villa di Gordon. Sogghignò leggermente: questo era uno dei pregi del rubare l’identità ad un ricco. Si scorgeva a mala pena nascosta tra folti alberi secolari dai quali veniva emesso uno scudo che li proteggeva dalle piogge acide. Non poté fare a meno di meravigliarsi della potenza della natura: le Piogge, la piaga che da sempre affliggeva gli abitanti di Vulcano. Non erano mai riusciti a risolvere questo problema poiché esse interferivano con qualsiasi tipo di scudo artificiale; la natura invece aveva creato uno scudo che la difendeva dalle Piogge e che, dopo tanti anni di studio, gli scienziati non erano ancora riusciti a riprodurre.

Si avvicinò così all’enorme cancello che chiudeva l’entrata e premette il tasto sul telecomando dell’apertura automatica aprendolo. La villa era enorme e sfarzosa, ma l’oscurità creata dalle pericolose nubi nere che oscuravano il cielo ne impediva la visione. Se qualcuno l’avesse osservata in una giornata soleggiata sarebbe rimasto colpito dall’enorme muro di cinta decorato con un fregio continuo fatto a mosaico che raffigurava l’albero genealogico della famiglia realizzato con tasselli d’oro e dalle alte torri che svettavano come se volessero raggiungere il cielo dando alla villa un’aria inquietante e tetra. Sulle torri c’erano quattro enormi statue magiche raffiguranti i padri fondatori della casata, i quali infondevano una benedizione che proteggeva la famiglia.

-Che snob!-

John e Frank contorsero la faccia in un ghigno di enorme ed evidente disprezzo.

Finalmente entrarono nella villa il lunghissimo viale per giungere all’abitazione era costeggiato dagli alberi secolari che osservandoli da vicino risultano essere salici piangenti. Sassolini di ghiaia levigata ornavano il vialetto che era coperto da un pergolato realizzato con gelsi. Infondo a John piacevano le ville, ma la sua casata non era né importante né ricca, così non poteva permettersela, anzi era tanto se si era potuto permettere la retta all’università più prestigiosa del’impero grazie alla sua mente aveva vinto una grossa borsa di studio ma aveva dovuto economizzare le spese lo stesso. Questo tuttavia faceva parte del passato e non era disposto a esumarlo: troppa luce, troppo amore. No, non poteva sopportarlo. Era stato troppo lontano e non poteva e non voleva più riavvicinarsi. Non era una questione di dolore o angoscia, né di nostalgia: era una questione di odio. Odiava troppo se stesso per essere stato capace di provare quelle emozioni appartenute ad un altro lui, un lui passato così lontano da portarlo a pensare che fosse un altro. Non voleva più riprovarle: le emozioni sono per gli scocchi, per i sognatori e le femminucce. Lui non è né l’uno né l’altro. La razionalità gli apparteneva, l’ossessiva ricerca di risposte sulla psiche e su quelle che i suddetti chiamano emozioni, si quello gli apparteneva. In quest’ultime egli vedeva soltanto impulsi elettrici, soltanto energia, qualcosa di effimero destinato a sparire come la neve al caldo sole. E soprattutto odiava Lei la matrice di tutte queste cose e Lui che l’aveva portata via.

– Calmati John abbiamo un lavoro da svolgere devi essere concentrato non devi fare errori – commentò Frank quello che John pensava.

Non preoccuparti siamo il meglio nel nostro campo, noi non sbagliamo mai Frank. Abbi un po’ di fiducia in noi – pensò John riacquistando la calma, odiandosi sempre di più per averla persa – Ma non posso farne a meno visto che è il nostro scopo –

Quello che lo faceva arrabbiare maggiormente era il fatto che le suddette emozioni le provava ancora, quando aveva promesso e giurato a se stesso di non provarle più e di essere soltanto una macchina assetata di sangue e conoscenza, priva di qualsiasi sfaccettatura di umanità.

Lui era qualcosa più di un semplice mortale, lui era uno dei sei leggendari cavalieri del potere, lui era Thanatos, il cavaliere della morte. Da troppo e da troppo poco si era lasciato quella vita alle spalle e, avendo ormai da tanto perso e sacrificato il proprio corpo, non poteva provare emozioni: ridicoli impulsi elettrici creati dal nostro cervello, ma lui non avendone uno non doveva né voleva provarle. Eppure non mancavano di manifestarsi per guastargli la giornata.

– Su non essere triste – Gli disse mentalmente la sua collana – Non lo sopporto, amore mio-

Lo so non preoccuparti Thanatos, mia fedele amica, anche se è strano avere come migliore amica una collana, ma le stranezze sono all’ordine del giorno da quando ti ho incontrata amore mio, giusto? – non riusciva a raggiungere la pace interiore in nessun modo, ma che cosa doveva fare?

Tu sei l’unica che mi capisce e che mi stima e per questo che non sei solo il mio amore, ma sei anche la mia migliore amica. Inoltre queste emozioni che io provo per te, Thanatos incarnazione della morte, non violano il voto che ho stipulato, ma… –

– … non riesci a dimenticarla. Giusto?- concluse Thanatos – O erro? –

Mpf!! – non aggiunse altro ma sapeva che la sua collana aveva ragione.

Giunsero infine nel garage interrato della villa dove John parcheggiò e scese dall’auto. L’aria fredda pungeva il volto di John, il quale era concentrato sul lavoro da svolgere per il quale non vi era rimasto poi così tanto tempo. Purtroppo il tempo era un fiume lento, ma inesorabile che dal futuro scorre verso il passato; non c’era modo di stopparlo né di rallentarlo: anche se, limitatamente, il suo potere lo permetteva, non aveva ancora appreso la tecnica giusta per farlo, per adesso.

Aprì la portiera dei sedili posteriori e sollevò dolcemente la donna, di cui al momento non sapeva niente. Non voleva svegliarla, non voleva che si ribellasse. Era così debole e fragile tra le sue braccia quelle di un assassino, la sua carne cantava per lui un canto irresistibile. Non doveva cedere alla tentazione che tutte le volte si impadroniva di lui quando vedeva qualcosa di debole, indifeso o bello, e lei lo era molto, ma gli serviva. La cosa lo allettò alquanto. Lo aveva chiamato complesso del vampiro, un nome a suo parere molto azzeccato. Scese le scale, attento a non farla battere nella porta la poggiò su un lettino operatorio portato lì per l’occasione. La legò al lettino, poi le avvicinò una mano alla candida pelle e si concentrò.

Ignora il dolore – dalla sua mano usci un raggio che colpì la donna, nell’aria risuonò un fischio quasi udibile, poi tutto tacque. John si sedette in una poltrona nell’oscurità.

La ferita alla testa a causa della quale era svenuta si era trasformata in un graffio appena visibile sotto i capelli e piano, piano inizio a svegliarsi.

– Dove sono? – chiese la donna svegliandosi. Era ancora confusa e vedeva ancora sfocato – Chi e la? Chi sei? –

– Esatto ad entrambe le ultime domande ti sei risposta da sola – rispose misteriosamente la figura nell’ombra.

– Di cosa stai parlando? Fatti vedere! Ti avverto frequento la Legend, so combattere! Non mi spaventi! – minacciò la donna cercando di sembrare più minacciosa possibile.

– Frank la gattina sa come giocare! – disse la figura come se stesse parlando con qualcuno, ma non arrivò nessuna risposta – Primo ogni vulcaniano dovrebbe saper combattere, visto il pianeta in cui viviamo. Secondo anche io l’ho frequentata. E terzo, chi sono io? I’m “who” when you call “who’s there?”, I am the wind beyond through your hair! Capisci ? –

Chiese rivolto sta volta alla donna: – Io sono la paura quando chiedi “chi è là?”. Io sono il vento che i tuoi capelli attraverserà. Ho tanti nomi e di luogo in luogo vengo chiamato sempre con nomi diversi: l’ombra tagliente, l’intoccabile, il fantasma. Tutti tuttavia mi conoscono son un nomignolo che, personalmente trovo molto azzeccato: Soul. –

Il panico si impadronì della donna, poiché conosceva bene quel nome. E chi non lo conosceva l’assassino seriale pluriomicida che non lasca mai traccia e che aveva lasciato una lunghissima scia di morti negli ultimi due anni. In molti si erano chiesti cosa facesse la polizia e perché non facesse nulla, ma purtroppo nessuno sapeva niente e gli unici a sapere qualcosa avevano insabbiato tutto.

 

Conosceva bene quel nome un nome che metteva così paura da indurre la gente a non poterlo neanche nominare. Solo in pochi non avevano paura di lui ed erano coloro che in qualche modo avevano combattuto contro gli oscuri, i quali paradossalmente incutevano meno paura di lui in quanto di rado arrivavano ad attaccare le città. Soul invece era un nemico silenzioso che agiva dall’interno di esse. Un nemico che, se avesse voluto, sarebbe potuto arrivare a chiunque ed essere chiunque e che ora era arrivato a lei.

La sicurezza data dalla sua capacità di lottare svanì come nebbia primaverile al sole per sostituirsi al freddo e cupo terrore e dalla consapevolezza dell’inevitabile che lentamente bruciava i secondi verso di lei: la morte. Non aveva alternativa il suo assassino l’avrebbe uccisa, quando non lo sapeva, ma lo avrebbe fatto. Cosi rivolse i suoi occhi supplichevoli verso quelli pieni di follia dell’assassino; un fiume di lacrime scese dal volto di lei e, involontariamente, gridò soggiogata dal panico, ma tacque subito sapendo che non avrebbe migliorato la situazione. Le serviva concentrazione: doveva chiamare aiuto. Non per sé, poiché non sarebbero arrivati in tempo per trovarla in vita, ma voleva assicurarsi che il carnefice fosse assicurato alla legge.

Pensare alla legge le fece ricordare suo padre che lavorava per la polizia. Quante volte sua madre lo aveva raccomandato di stare attento e tutte le volte essere in pena temendo che non tornasse, sentendo al notiziario di tutti i crimini che stavano accadendo. Le fece ricordare sua madre non avrebbe rivisto più il suo dolce e premuroso che le raccomandava tutte le volte che usciva di stare attenta ai malintenzionati e le augurava di divertirsi. Il flashback continuo fino a farle ricordare il suo ex-ragazzo che proprio quel giorno aveva lasciato per un altro e che lei, per quanto si sforzasse di ammettere il contrario, amava ancora. Non avrebbe più visto nessuno di loro né delle altre persone che conosceva, non avrebbe le loro facce gentili che le sorridevano. Morire, dormire nulla più. Infondo lei non credeva a qualcosa dopo la morte, nonostante tutti i discorsi molto convincenti del suo insegnante Shine Light Zac Unknown, perciò sarebbe stato come un lungo sonno no? Ma c’era qualcosa che poteva fare ancora: usare la telepatia per avvertire quest’ultimo. L’ultima sua buona azione.

Che consolazione! – pensò tristemente la ragazza. Non sapeva cosa stesse provando, non era un’emozione unica, non avrebbe saputo dire neanche se fosse stata rilassata. Era sicura solo di una cosa: non avrebbe trasmesso bene era troppo sconvolta, e le emozioni e il potere erano strettamente collegati, ciò significa che avrebbe dovuto calmarsi.

Soul, che fino ad allora era stato in silenzio, parlò foderando tutto il suo tono da maniaco:

– Illusa, credi davvero che io non abbia pensato anche a questo –

– Leggi nel pensiero anche tu? – L’ultimo barlume di ragione iniziò ad affievolirsi, mentre la sensazione di inutilità nella morte, si impadronì di lei.

– Meglio sono un Ipermens – dichiarò con cinico piacere – E spero che ti sia accorta che sei in un campo anti-Energia, perciò niente telepatia. Mi “dispiace” che il tuo piano sia andato a monte. –

Si avvicinò al lettino operatorio. Nei suoi occhi si poteva scorgere una scintilla di perversione e, man mano che si avvicinava, essa si ingrandiva fino, quando fu presso di lei, a diventare un fuoco ardente come il magma. La ragazza capì cosa egli, se si poteva considerare qualcuno uno che vive cosi, o esso aveva intenzione di fare, fu cosi che ella si perse totalmente nel nulla del terrore, nel buio della piccola morte che la paura portava con se,  se fosse sopravvissuta sarebbe stata una donna più forte, non seguendola poiché dove andrà la paura non ci sarà più niente, solo lei ci sarà. Solo che quella sarebbe stata la sua ultima notte.

E mentre lei gemeva, gridava e piangeva per la consapevolezza, il terrore ed il dolore, lui la immobilizzò con le sue arti energetiche e iniziò a spogliarla strappandole i vestiti di dosso.

– Esatto la verità fa male, eh?- urlo per superare le sue grida e leggendole ancora  una volta nella mente – Ancora più del dolore fisico, perché esso, come quello psicologico, rimane e dura nel tempo! – detto questo e quando ebbe finito di spogliarla rivelando la sua candida carne e le sue cosce color madreperla, la trafisse ripetutamente con la sua spada. A questo punto lei venne meno così come lei morisse e cadde come corpo morto cade mentre l’eco degli avvenimenti aleggiava nell’aria fredda del semi-interrato.

*

Fu così che si risvegliò ancora tutta nuda, legata ad una seggiola, con un tubo di gomma con un gancio dietro alla nuca intorno al collo. La bestia era ritornata nell’ombra. Tutto era silenzioso come la quiete prima della tempesta, perché sapeva che non sarebbe finita così e che aveva aspettato che si risvegliasse solo perché  voleva che la sua preda mentre cacciava fosse cosciente.

Non era ancora ben sveglia e i suoi occhi erano appannati e bruciavano per il troppo pianto. Quando si riprese lo guardò negli occhi la follia non era diminuita e ciò non fece altro che aumentare il suo panico. La bestia si mosse dall’ombra e si avvicinò a lei e guardandola negli occhi si rivolse alla ragazza con una perversa aria comprensiva:

– So che cosa stai pensando: pensi che io sia pazzo. Effettivamente lo sono, e mi piace esserlo. Infondo chi non lo è, una volta qualcuno disse che il pazzo è chi non distingue il pubblico dal privato, poiché tutti sono un po’ pazzi nel privato. Ne segue che le differenze tra me e voi è soltanto che io la manifesto in pubblico voi la nascondete. –

– Perché lo fai? – le chiese con la voce tremante – Che cosa ti hanno fatto? –

– E perché no? – le domandò tranquillamente come se fosse la normalità più assoluta – Voi avete su di me un’attrattiva tale da non poter resistere, e non voglio. Hai presente i vampiri?  E’ una sensazione bellissima vedere la scintilla della vita spengersi nei vostri occhi –

– Dimmi ora – continuò Soul – Lo vuoi un bicchiere d’acqua? –

– Si, grazie – rispose speranzosa.

– Sei come tutte le altre: al minimo segno di umanità si riaccende la scintilla della speranza che io non vi uccida! – urlò sadico agganciandole il moschettone della carrucola in mezzo alla stanza e dietro sia alla seggiola, sia al lettino.

Appesa al soffitto si sentiva venire meno. Anche l’aria iniziava a mancarle e la sua vista si affievoliva sempre di più poteva vedere lo sguardo della bestia eccitarsi all’idea che stava per morire.

Addio mondo – ogni sua emozione si era spenta, ormai aveva accettato la morte con serenità.

Ma essa non arrivò. La corda che la teneva attaccata al soffitto improvvisamente cedette e lei iniziò a respirare di nuovo dopo essere ricaduta sul freddo pavimento. Tossendo disperata pregò ancora che la smettesse di torturarla così. Non si poteva rialzare era ancora legata alla seggiola ed essa era caduta per parte. Aveva freddo e aveva paura, questo non aiutava a ragionare, me c’era qualcosa che non le tornava: come mai non le si era spezzato il collo sotto il peso della seggiola quando la bestia l’aveva quasi impiccata?

– La risposta è semplice: ho alleggerito il tuo peso e quello della seggiola in modo che non morissi, ma che avessi comunque la sensazione di soffocamento – disse la bestia leggendo ancora una volta nel pensiero – la prossima domanda sarà ovviamente, perché mi hai lasciato in vita? La risposta è semplice, non ha senso ammazzarti visto che mi puoi ancora servire –

– A che cosa ti servo? – chiese terrorizzata e disperata la ragazza.

– Vedi la mia condizione è molto comoda tuttavia ha un contraccolpo, una controindicazione, possiamo dire: per vivere e fortificarmi io ho bisogno di un corpo e dell’ energia derivanti dalla sua personalità e dalle sue emozioni. Una volta scelta la vittima io la possiedo come farebbe un demone o un fantasma e la prosciugo di tale energia. Quando quell’energia è stata totalmente prosciugata il corpo inevitabilmente muore diventando così incapace di mantenermi in vita, così devo cercare nuovi corpi e nuove personalità da prosciugare – spiegò con la serietà che avrebbe un professore universitario verso i suoi studenti durante una lezione e, prendendo fiato, continuò con la spiegazione – Così vedi, posso tenere un corpo solo per un tempo limitato e quello di questo è giunto alla fine: è l’ora di cambiarlo. E qui entri in gioco tu –

Le sue intenzioni erano ancora peggio di quanto lei avesse immaginato. Lui avrebbe preso la sua identità, la sua vita ed avrebbe usato il suo corpo come una batteria. Ora l’avrebbe posseduta, avrebbe chiamato la polizia dicendo che un uomo, precisamente la sua vecchia identità, l’aveva aggredita. Si sarebbe finto lei, e avrebbe usato il suo corpo per i suoi scopi, dando la colpa sempre agli altri come aveva fatto fin ora. Lasciandola ad assistere impotente a tutto ciò in qualche oscuro meandro della proprio sub-conscio.

 

– Sei perspicace! Un altro motivo per lasciarti in vita – disse sorpreso e divertito di aver trovato una vittima che capisse cosa stava per fare senza che dovesse spiegarlo – infondo erano temi difficili, mi sorprende che tu gli abbia capiti al volo –

Soul rialzò la seggiola su cui era legata la ragazza, la liberò e la fece rivestire. Poi tutto accadde in fretta dal corpo uscì un essere etereo che era composto solo da un mantello stracciato, con addosso una collana che stava lì appesa misteriosamente. L’essere si mosse da una velocità supersonica verso di lei ed entrò dentro il suo corpo. Il dolore straziante la invase per un tempo interminabile, cadde in ginocchio urlando si portò le mani alla testa, sembrava che le scoppiasse. Dopo lunghi ed interminabili minuti tutto cessò sembrava tutto normale, ma so accorse di non controllare più il proprio corpo.

Ci vuole sempre un po’ di tempo per prendere totalmente il controllo totale del corpo, ma non ti preoccupare: farò in fretta – disse un’eco di una voce che proveniva da dentro di lei, quando ad un tratto la ragazza si rese conto di aver perso il controllo della voce quando provò a parlare ma non ci riuscì. La sua voce parlò ugualmente, lei capì che era Soul a parlare:

– Lo sai? Hai proprio un bel corpo, e davvero comodo! Non solo: sei anche molto bella, mi sa che sfrutterò questo fattore in futuro-

Così Soul iniziò a mettere in atto il suo piano, dette un ultimo sguardo al suo vecchio ospite che giaceva morto sul pavimento, prese in mano una bottiglia e la spaccò in testa al cadavere. Poi esercitandosi a fare la faccia e la voce sconvolta chiamò la polizia.

 

Cap.2 la chiamata

L’Olofono squillò improvvisamente spaventando Isabel ed Ash, ma non Zac il quale prima che quello avesse iniziato a suonare aveva già allungato la mano per accendere l’ologramma. Era 556, il capo della polizia, che aveva un aria piuttosto preoccupata.

– Buon giorno vostra maestà – iniziò tentando di rimanere imperturbabile.

– Buon giorno 556. La risposta è sì arrivo subito – rispose Zac tranquillissimo, come se avesse già vissuto questa scena.

–  Scusatemi, vostra maestà, non ho ancora formulato la domanda! – fece notare 556 allibito, non si era ancora abituato a questo aspetto di Zac.

– Lo so perfettamente,556, ma sono occupato, quindi ho anticipato la tua domanda prevedendo cosa mi volevi chiedere. Perché la domanda era se potevo venire in centrale, giusto? – continuò Zac sempre con la sua innaturale freddezza.

–  Effettivamente sì – la sua voce usci tremolante dall’Olofono non a causa di un interferenza ma perché 556 era rimasto estremamente stupito.

– Arrivo subito – decretò Zac chiudendo l’Olofono.

– Che cosa voleva 556 – chiese Isabel leggermente preoccupata – L’ho visto preoccupato?-

– Sarei sorpreso del contrario – mentre Zac parlava fissava davanti a se  un punto imprecisato nel vuoto come se volesse osservare un punto lontano nel tempo; la luce che filtrava dalla finestra con l’avvolgibile abbassato per mantenere fresca la stanza, illuminava perfettamente la sala  e colpiva il profilo di Zac risaltandone la sua concentrazione nel pensare.

Isabel fissava con uno sguardo sognante i lineamenti illuminati del volto di Zac, quando improvvisamente fu ridestata dalla domanda che voleva fare all’ inizio e tornò con i piedi per terra:

–  In che senso scusa, tesoro?- chiese Isabel temendo di conoscere la risposta

–  Hai presente gli omicidi inspiegabili nella 456esima strada di Megalopolis? –  rispose Zac senza muovere la testa –  Ce n’è stato un altro questa volta fuori città in una villa di campagna passati gli Appennini Draconici ed il mare dell’ agonia –

–  Sappiamo qualcosa di quest’ omicidio o è come gli altri? – chiese Ash dubbioso

–  Uguale a quegli altri, non sappiamo niente. A dire il vero ciò mi fa temere che sia un MODUS OPERANDI e che dietro alle quinte ci sia un Serial Killer. Anche se l’assenza totale di prove mi costringe a non poter affermare ciò con sicurezza: infondo è solo l’assenza totale di prove che è comune a tutti i delitti –

–  Potrebbe essere una coincidenza? – chiese speranzosa Isabel

– Assolutamente no, amore mio – rispose Zac sempre immobile nella sua posizione – E’ già il settimo omicidio così questo mese, e lo sai che non credo nelle coincidenze-

– Ascoltate –  continuò Zac mentre si preparava ad uscire – Finite voi qui, io devo andare in centrale, perché questo mistero mi assilla. In più il fatto che non possa vedere nulla con la collana è ancora peggio-

Non erano molte, infatti, le cose che potevano fermare una collana del potere, come Zac sapeva bene, solo qualcosa o qualcuno di pari o superiore potenza poteva fermarla. Uno strano panico pervase il suo animo, la paura per qualcosa che forse non era ancora accaduto, ma che la sua imminenza era ormai quasi certa, qualcosa che non aveva previsto e che non poteva vedere. Ciò incuteva un enorme disagio in lui li quale era solito organizzare e prevedere tutto.

Rimuginando su questi pensieri, che si prospettavano essere pesanti come fardelli persino per uno come lui, salì sulla sua aeromobile e si innalzò in volo facendo rotta su l’agglomerato di  Megalopolis.

Il sesto senso di Zac, nonché il suo formidabile istinto, gli dicevano che tali eventi avrebbero cambiato per sempre la faccia del mondo. Non sapeva tuttavia di che scala fossero tali eventi.

Nella notte

Siamo ancora qua, pronti per camminare verso l’orizzonte in questa tetra notte,  tuttavia qualcosa di nuovo si scorge sullo skyline… qualcosa che non accadeva da anni. Il fuoco si è riacceso nuovamente e, anche se non è l’alba, si può scorgere il ripido e arduo sentiero davanti a noi. La luce non è molta e la strada è ancora lunga, ma noi siamo pronti per affrontarla…

burattinaio senza fili

Pezzi di vetro del muro della conoscenza, guardati attraverso il caleidoscopio

Pezzi di vetro del muro della conoscenza, guardati attraverso il caleidoscopio.

Sono solo,

perso nella mia mente,

vago senza meta

nei meandri della mia fantasia.

Sono costretto

in un mondo onirico,

che io stesso ho costruito;

architetto ed artefice

del mio stesso destino:

chiuso nella prigione

che io stesso mi sono eretto attorno.

Metto mattone su mattone

e, chiuso nel muro del sapere,

sprofondo nel sub-conscio.

Quello che provo davvero

nella più oscura e profonda apatia

è un immenso e smisurato piacere:

sono felice della mia tristezza.

Non riesco a capire

Non riesco a capire una cosa:
perché lo hai baciato?
Eh?
Per farmi diventare geloso?
Non suoi essere così bambina,
così subdola da credere che un bacio
mi possa far perdere la testa.
Come puoi aver fatto una cosa così meschina
per conquistarmi e farmi ingelosire.
E sai cosa ti dico…
Ci sei riuscita.