Cena con massacro (I)

L’ennesimo brindisi riempie la stanza accaldata di un piacevole suono di vetri sottili, così sottili che potrebbero infrangersi da un momento all’altro. Il cristallo vibra, al suo interno lo spumante spumeggia come un mare solleticato da una brezza leggera; dopo essersi toccati i bicchieri si allontanano, i bordi fini baciati da labbra curate, i segni dei rossetti che vi rimangono impressi. La melodia di vetri viene sostituita da un’ondata di risate e auguri! e brindisi! per lasciare poi spazio ad un silenzio imperfetto, venato dal rumore dello spumante ghiacciato che ruscella nelle gole calde dei giovani commensali. L’atmosfera è calda, accogliente, protettiva: nove ragazze e due ragazzi siedono al lungo tavolo in legno in una vasta sala da pranzo con le pareti graffiate da mattoncini rossi a vista, in un agriturismo sperduto nella campagna, con litri di spumante che ancora freme nelle invitanti bottiglie verdi e qualche portata ancora da consumare.

Le cuoche che hanno preparato la cena hanno velocemente ripulito la cucina e se ne sono andate via; Joshua vede le luci della loro macchina, attraverso il vetro opaco della finestra, ridotte a un esile puntino bianco in quell’omogeneo mare nero della notte campagnola. Tutto quel ridere, tutto quel cibo e lo spumante gli hanno appesantito la testa, e sente il bisogno di uscire a prendere un po’ d’aria; ma tutta quell’oscurità gli incute un certo timore, e aspetta con apprensione che qualcuna delle ragazze esca per fumarsi una sigaretta, per uscire con lei e non essere più solo. Passano i minuti, e nessuna delle ragazze sembra proprio intenzionata ad uscire.

Ed effettivamente, bisogno di una sigaretta non ce n’è; ne hanno fumate tre dieci minuti fa, e a Jodie non è ancora venuta voglia di farsene un’altra. Intrappolata com’è in quel suo fine vestito nero, nemmeno la nicotina riesce a convincerla a rovinarsi ulteriormente i polmoni: già respira a fatica, il vestito la stringe troppo; ma quant’è bello! Non poteva mica rinunciare a metterlo, quella sera. E poi non può nemmeno lamentarsi, o potrebbero pensare che sia più grassa in realtà, e questo proprio no, non è ammissibile. Così soffre sfoderando il suo solito sorriso falso, che tra l’altro si intona perfettamente con le candide perle finte della sua collana.

Accanto a lei, nemmeno Sam, l’altro ragazzo, ha voglia di uscire. Lo spumante gli è salito alla testa e gli è preso un gran sonno, così che si sdraia sul divanetto con un sospiro, mentre sente, ovattato, da lontano, il richiamo scherzoso di Jodie, a mezzo metro da lui: Sammy! Ma che fai! Via, su alzati! La ragazza lo tira per la maglietta, ma Sam neanche se ne accorge. Si appisola tranquillamente sperando che il mondo esterno non gli dia troppo fastidio. Jodie sbuffa, si siede lì accanto e continua a chiacchierare di musica con Eve, che ancora seduta al tavolo sgranocchia allegramente un crostino abbandonato in un piatto; ha ancora fame, ride, si sente bene. E’ l’unica delle ragazze che ha rinunciato al vestito e si è accontentata di un completo elegante di taglio maschile di lana blu. Sull’altro divanetto si sono accomodate Katie, Crystal e Judith; parlano del più e del meno, sorseggiano spumante, osservano ridendo le discussioni degli abitanti dell’altro divanetto. Katie è la più sobria delle tre: un vestito nero che le arriva la ginocchio, calze e stivali scuri, i capelli corti e liscissimi che le incorniciano il visto un po’ stanco; Crystal invece ha un pesante ombretto verde, che secondo Lux stona decisamente con la canottiera di pizzo bianco e la gonna nera a vita alta che indossa; Judith, all’estrema sinistra del trio, è fasciata da un vestitino leggero di seta color salmone e oscilla sui tacchi alti. Anche Anne, in piedi vicino al camino, dall’altra parte della sala, ha i tacchi e un vestito chiaro: sorride vagamente, ma i lineamenti del viso tradiscono la noia e lo sconforto che cerca di nascondere dietro quell’espressione di vacua felicità. Di fronte a lei siede Claire, che è andata a farle compagnia al camino più per pietà che per bisogno di calore, che nella stanza è fin troppo presente; i riccioli corti le si sono appesantiti attorno alle guance e dal caldo vorrebbe strapparsi di dosso il vestito rosso scuro in stile indie che le piace tanto. Cerca di intrattenere con Anne una qualche conversazione, fallendo miseramente; si guarda intorno per attirare qualcuno in quel discorso stentato, ma sono tutti troppo distanti: le altre ragazze sono tutte ancorate ai loro divanetti, Sam sembra morto, Joshua guarda fuori dalla finestra apparentemente riempito di una triste estasi ascetica, e Julia e Lux non si vedono da nessuno parte. 

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Cassandra.

Giace all’interno dei cuori Troiani la gioia;
giace all’interno del cuore di quella donna, laggiù, l’odio e la paura.
E’ la consapevolezza della fine
che ormai non la spaventa neanche più,
ad albergare nei suoi occhi freddi,
che ormai non pretendono neanche d’esser creduti,
né d’esser desiderati; chi potrebbe mai volerla?
Chi mai desiderarla?

Rimane in piedi, quella donna, laggiù, a guardar la gioia;
rimane in piedi a divorar l’impotenza e la paura.
Il cavallo dei Greci risale la collina,
mille braccia Troiane lo spingono;
e gli occhi di lei son lucenti di lacrime,
mille visioni di morte li pungono:
il sangue del suo popolo, che per lei fu, che per noi è,
già da tempo ha inzuppato i suoi capelli.

E dentro è già morta, quella donna, laggiù, al solo ammirar l’altrui gioia;
E dentro è già morta, l’han già uccisa la guerra e la paura.
Occhi inespressivi, lineamenti morbidi, fluenti capelli castani
già si tingono di rosso in terra straniera.
Rabbia, rancore, innocenza e l’ingenua purezza di un tempo
già si tingono di rosso in terra straniera.
Il maledetto dono d’Apollo, conoscenza e impotenza,
già la tinge di rosso in terra straniera.