Il percorso dell’ermeneutica

La parola ermeneutica risalta in molte discussioni accademiche, culturali e giornalistiche, spesso abusandone in maniera impropria o espropriando la parola dal suo senso iniziale. Dire  che essa sia semplicemente l’ammissione che ogni esperienza di verità sia un’esperienza di interpretazione soggettiva, risulta vuoto di significato. Nella storia della filosofia molti sono stati i filosofi che hanno legato il concetto di verità a quello di interpretazione, dai fenomenologi, ai neokantiani fino agli esistenzialisti. Non è questa la risposta, piuttosto vaga, a che cosa intendiamo realmente per Ermeneutica.

Il concetto di ermeneutica è legato alla riflessione di due pensatori, prima Nietzsche e successivamente Heidegger. Nietzsche, nella sua opera Così parlò Zarathustra, ci mostra l’annuncio ormai famoso della morte di Dio: un vecchio eremita che di giorno si aggira fra la folla con una lampada, affermandone la fine. Le sue chiese, per Nietzsche, sono ormai il suo sepolcro. Altro tassello che aggiunge ai nostri presupposti è l’affermazione del Crepuscolo degli idoli del “mondo vero che divenne favola”.  Questi due elementi hanno conseguenze non di poco conto. Primo, la rinuncia al sussistere di Dio in Nietzsche rompe la tradizione filosofica occidentale di una metafisica, anzi di un’onto-teologia, che cercava assiduamente un fondamento solido e forte (nel caso della filosofia medievale e moderna Dio) per imbrigliare la realtà, assimilandola in categorie di pensiero rigide.

È da qui che Martin Heidegger nel ‘900 riprende di nuovo il filo e continua la propria elaborazione filosofica. La seconda fase del pensiero heideggeriano, la kehre o svolta,  individua nel nichilismo, in teoria l’assenza di valori e il disassemblamento del mondo occidentale, come il problema centrale. Piuttosto non si tratta, ci fa notare, come la semplice mancanza di valore, anzi, è l’esatto contrario cioè la reificazione e la valorizzazione oggettiva estrema che il mondo di oggi ci impone con i suoi mezzi (la tecnica). La questione è ancor più radicale, riguarda il nostro modo di pensare, che affligge l’intera storia della filosofia da Socrate in poi. Tutto questo a sua volta deriva dalla concezione, secondo il filosofo della Foresta Nera scorretta, della verità come corrispondenza ingenua fra noi e la cosa di cui parliamo (Verità = Soggetto –> Oggetto). Il mondo, in cui siamo gettati letteralmente senza volerlo in una condizione limitata, non ci permette di avere una presa salda sui suoi enti. Se decade questo, allora che cosa è davvero la verità? In quest’ottica una volta che abbiamo criticato una posizione di tipo corrispondentista, non ci rimane che abbandonare la pretesa di una fondazione unica dell’essere comune a tutto. L’essere è inteso in senso debole, qualcosa che sta sullo sfondo, senza sorreggere nulla e che non ha pretese su ciò che gli sta davanti, quello che incontriamo nella nostra vita quotidiana. Potremmo riassumere che la verità, piuttosto che un qualcosa da afferrare e affermare, è bensì un orizzonte storico, che potrebbe essere anche diverso, in cui avvengono degli eventi. Il cogliere gli eventi in tale orizzonte, senza sceglierne uno solo che valga come unico, è la verità. Piuttosto che indicare una sola verità, Heidegger ci invita a individuare ed apprezzare le differenze che si mostrano in esso e a rispettarle. Che siano culturali, esistenziali, linguistiche o di altro genere non cambia molto.

A questo punto una lettura poco attenta e imprecisa farebbe coincidere  l’ermeneutica con il relativismo: se si tratta di una scelta fra eventi di un medesimo orizzonte, tutte le interpretazioni di essi sono valide. Non è così. Il suo allievo Hans Georg Gadamer rileva il fatto che ovviamente noi non possiamo uscire dal nostro punto di vista e dalle nostre pre-comprensioni. È una condizione fondamentale del nostro conoscere. Ma noi abbiamo la possibilità positiva di costruire la verità senza riferirsi alla metafisica, in quanto noi discriminiamo cosa è sbagliato e cosa no in maniera obbiettiva con motivazioni razionali non arbitrarie.

L’ermeneutica per riassumere è una critica al concetto di verità del pensare e delle scienze, che fanno corrispondere le nostre teorie agli oggetti in modo simile a uno specchio, sussumendo tutto in ben precise categorie e non rispettando l’unicità di quello che esaminano. Non una rinuncia al vero.

Per approfondire…

G. Vattimo, Oltre l’interpretazione. Il significato dell’ermeneutica per la filosofia, Laterza 2002

M. Ferraris, Storia dell’ermeneutica, Bompiani 2008

Alessio Persichetti

“Allegro ma non troppo” di Carlo Maria Cipolla. Un invito alla lettura.

Un saggio spassosissimo, un piccolo capolavoro di umorismo. Come fa notare Carlo M. Cipolla e come pochi sanno, l’umorismo non sono battute di dubbio gusto, bensì è la simpatia umana che rileva l’aspetto comico della realtà al posto giusto e nel momento giusto. Il libro nasce come un semplicissimo divertissement fra amici, due saggi che incominciarono a girare in fotocopia fra studenti e conoscenti, fino a diventare un cult. È a quel punto che Il Mulino edizioni li pubblica in un piccolo libretto. Come ho già detto, sono due testi uniti insieme: il primo, intitolato Il ruolo delle spezie (e del pepe in particolare) nello sviluppo economico del Medioevo è una palese parodia delle letture storiche di stampo marxista, dove l’intero corso degli eventi è il risultato di interessi economici e delle lotte di classe. In breve, la storia del medioevo è esplicata da necessità tutt’altro che politiche o ideologiche: dalla caduta dell’Impero Romano causata dalle ciotole velenose di piombo, dai vichinghi che scesero a sud per sfuggire alle proprie terribili mogli, fino alle crociate nate per approvvigionarsi di pepe, insaporendo così la cacciagione insipida. Il che ha portato a una rinascita della metallurgia per via delle richieste di cinture di castità, ecc. Il secondo, altrettanto se non più spassosso, si intitola Le leggi fondamentali della stupidità. L’autore propone una definizione scientifica di stupido, imbecille o quel che sia, partendo da cinque leggi fondamentali e i loro relativi corollari. Una bonaria presa per i fondelli delle tante scuole di economia o sociologia, che riempiono quotidianamente le colonne dei giornali. In entrambi i casi, si mette in ridicolo la forma più sottile si stupidità, quella che si nutre di libri e di tanti paroloni incomprensibili per il comune mortale, colpendo le zone più inaspettate dell’animo umano. In effetti, cosa ne sarebbe dell’intelligenza umana, senza uno stupido che la denotasse?

Allegro ma non troppo è una lettura che consiglio particolarmente: leggera, sia nelle dimensioni, solo ottantatré pagine indici inclusi, sia nello stile di scrittura, scorrevole, divertente, paradossale e mai banale. Una peculiarità che manca a molti. Soprattutto la capacità, piuttosto rara e comune invece alle grandi opere, di saper far sbellicare dalle risate e al tempo stesso far riflettere. Io personalmente qualcosa del genere l’ho visto solo in Woody Allen e Jonathan Swift.

Carlo M. Cipolla, Allegro ma non troppo, collana Il contrappunto, Il Mulino, Bologna, 1988 (2013)

Alessio Persichetti

Eliminativismo. Che cos’è?

Oggi sono pochi gli scienziati e i pensatori, per non dire la maggior parte delle persone mediamente istruite, che sostengono il dualismo fra corpo e anima nell’accezione cartesiana della parola. La natura profonda della nostra mente e della nostra coscienza è fondamentalmente materiale, descrivibile in termini di rapporti chimici, fisici e biologici. Non c’è niente, dal punto di vista ontologico (l’ontologia è quella parte della filosofia che ci dice cosa c’è o non c’è nel mondo), all’infuori di neuroni e connessioni sinaptiche. Il cosiddetto monismo materiale per qualsiasi filosofo, oggi, non è un punto di arrivo, bensì di partenza.

Il filosofo contemporaneo, prendendo atto della natura materiale della mente, deve spiegare che cos’è la coscienza, come si rapportano gli stati mentali rispetto al cervello e in che modo porta la propria attenzione al reale e agli oggetti esterni (la problematica dell’intenzionalità).

Nel corso degli anni sono fioccate svariate spiegazioni e relative etichette: dalla teoria dell’identità fino al funzionalismo. Una delle più importanti oggi è l’eliminativismo. È un approccio riduzionista al problema mente-corpo, il quale tende a eliminare totalmente il concetto di mente e gli stati mentali a essa collegati. Ovvero: la mente non esiste. Non esistono neppure i suoi contenuti come desideri, dolore o credenze, per esempio “Che buono questo gelato!”, “Ahiii!!!” oppure “Spero di sentirmi meglio domani”. Il linguaggio della psicologia è erroneo, anche il senso comune e i contenuti ritenuti mentali, definiti come folk psychology, sono una teoria antiquata, erronea e imprecisa del funzionamento cerebrale. Gli eliminativisti, come Peter Churchland, sperano che un giorno il linguaggio della psicologia e il linguaggio comune vengano sostituiti da descrizioni ed espressioni rigorosamente scientifiche ed esatte. Un po’ come l’etere e il flogisto che furono accantonati in favore di una descrizione più rigorosa.

Questa pretesa nasce da un semplice fatto. Poniamo il caso che la mente sia organizzata in tal modo:

  1.  Gli stati mentali e gli stati fisici del cervello sono distinti
  2.  Gli stati mentali provocano gli stati fisici
  3.  Solo gli stati fisici hanno poteri causali

Notiamo subito che solo il punto 3 causa qualcosa nel nostro organismo, non quelli mentali postulati in 2. Gli stati fisici — tra l’altro empiricamente verificabili — non hanno bisogno di spiegazioni diverse dalla neurofisiologia per giustificarsi. Non nasce allora il dubbio che gli stati mentali siano uno pseudo-problema filosofico come direbbe Wittgenstein? Che non esistano in effetti? Che siano un presupposto sbagliato ereditato dall’esperienza quotidiana?

Per quanto sia convincente la teoria eliminativista, io umile studente non concordo affatto per tre motivi: primo, non viene tenuto di conto il ruolo e l’efficacia vitale che la psicologia comune ha rivestito nel corso della nostra sopravvivenza. È grazie ad essa che abbiamo potuto evitare i predatori e prevedere le azioni dei nostri simili, coordinandoci di conseguenza. In qualche modo le sue predizioni sono corrette. Secondo, è difficile essere convinti che i nostri stati mentali e le nostre esperienze soggettive, in gergo tecnico qualia, non esistano e non siano genuine. Provate a dirlo a un uomo appena scivolato sul marciapiede che il suo dolore non esiste ed è falso! Terzo, un vizio di metodo: com’è possibile trattare qualcosa di soggettivo e non-riduttivo in termini riduzionistici? Il fatto che non siano descrivibili pienamente dalle scienze non vuol dire che non siano oggettivamente descrivibili in assoluto, o che non occorrano congiuntamente a stati neuronali.

Chiamatemi pure antiscientista, ma la spiegazione più facile ed economica può nascondere gli ostacoli, piuttosto che superarli. D’altro canto, per la filosofia tenere di conto i risultati scientifici non vuol dire dissolvere le nostre teorie in quest’ultimi.

Alessio Persichetti

Cosa si prova ad essere un pipistrello? di Thomas Nagel

Thomas Nagel

Spesso ci dimentichiamo che vivendo nel contesto contemporaneo siamo influenzati pesantemente, che lo vogliamo o no, da quell’idea che per avere una descrizione esatta e puntuale di un fenomeno sia necessario ricondurlo a uno o più fatti più semplici e meno complessi, i quali combinandosi in certi rapporti originano il fatto stesso, cosi via fino ad arrivare a fenomeni primitivi. È il procedimento delle scienze esatte (soprattutto naturali ma in questa sede non voglio affrontare la differenza epistemologica rispetto a quelle umane) ed è comunemente definito come riduzionismo. La tendenza in neuroscienze e filosofia della mente è tale, ma come ci ricorda un grande come Hilary Putnam in Representation and Reality (H. Putnam, Representation and Reality, MIT Press, 1991), la filosofia ha un modo di riflettere ed esaminare non riduttivo e questo la rende diversa dalle altre scienze. L’articolo (T. Nagel, Cosa si prova ad essere un pipistrello?, Castelvecchi Editore, 2013) che stiamo per trattare fu scritto nel 1974 da Thomas Nagel e rappresenta una pietra miliare della filosofia contemporanea. Fatta tale premessa, qual’è la domanda da porre? Ancor prima della domanda è bene inquadrare il problema: la scienza e le filosofie materialistiche hanno risolto gran parte del funzionamento del nostro cervello e mente a caratteristiche fisiche spiegabili in termini empirico-misurabili. Ma afferma Nagel, una descrizione di tal genere non risolve assolutamente la questione, eliminando in maniera ingenua il fatto essenziale e specifico, ovvero la coscienza, la spiegazione sarà falsata. La scienza può definire il background fisico dietro al fenomeno, ma esso rimane irriducibile a quest’ultimo. Nagel la definisce come un’esperienza soggettiva e quindi radicalmente diversa dall’oggettivazione fisica. Un esempio chiarirà il punto: nessuno dubita per esempio che un pipistrello abbia esperienze. Vede e interagisce tramite degli ultrasuoni e ha membrane come ali, una certa strutturazione nervosa, ecc. fondamentalmente aliena da noi. Possiamo allora effettivamente dire di sapere cosa prova un pipistello? La risposta è no, perché il suo organismo è differente dal nostro e per provare quello che prova lui avremmo bisogno di essere un pipistrello. Potremmo al limite immaginarcelo, ma rimane comunque una descrizione parzialmente o non esatta. Per immaginare davvero e metterci nei panni di un’altra esperienza cosciente, deve essere dello stesso tipo, ovvero che abbia un sistema percettivo simile o identico al nostro. Sono in grado di sapere abbastanza bene cosa prova Giulio Valerio perché anche lui è un essere umano, ma non posso dire di sapere cosa prova un gatto o una balena. Chiaramente differenti razze, mettiamo anche un marziano, possono giudicare oggettivamente un fatto fisico come una tempesta, ma non potranno mai esperire il punto di vista soggettivo delle altre. Stesso discorso vale per il sistema nervoso: un conto è osservalo nei suoi eventi fisici, altro è dire cosa prova la coscienza e identificare gli impulsi elettrici con essa. Quest’ultima è irriducibile per via della sua natura soggettiva.
L’obbiettivo per Thomas Nagel, secondo la mia umile lettura, non è quello di affossare i programmi materialisti (ci sono molti filosofi fisicalisti come Dennett e Davidson che propongono modelli di esplicazione), quanto delineare il confine espistemologico tra neurofisiologia e filosofia della mente. Un’identità fra le due non ci spiega davvero il mistero della mente e della coscienza, che rimane enigmatico, però buoni progressi in tal senso verrebbe se ognuno si occupasse del proprio ambito. La scienza continui a spiegare per riduzione le dinamiche fisiche del cervello, mentre ciò che rimane non ridotto e soggettivo sia oggetto della filosofia, che per suo metodo può spiegare nei termini necessari cosa davvero consista la nostra coscienza.

Alessio Persichetti

Apparso originariamente su Polinice.org