L’interrogatorio (Jessica Derbert, Frammenti di Tenebra)

L’interrogatorio

Un uomo era seduto davanti a lei. La fissava con occhi penetranti: due pietre nere impassibili. Erano in un seminterrato abbandonato: una lavatrice arrugginita, ormai inservibile, serviva da ripiano per alcuni utensili scintillanti; le pareti erano grigie e spoglie, tranne per una macchia di umidità nell’angolo a nord. Un essere umano non avrebbe potuto resistere lì dentro a lungo: la muffa cresceva sul soffitto in macchie verdastre e dei polmoni normali rischiavano di assorbire le spore, con conseguenti pericoli per la salute.

Ma non tutti gli occupanti erano umani. Lei stessa non lo era, da almeno vent’anni: conservava ancora il corpo di una ventenne, ma lo spirito era sui quaranta. Considerando il suo viaggio travagliato, gli anni salivano esponenzialmente. Era una creatura saggia e riflessiva, ma compensava quelle qualità con la violenza e l’assenza di pietà.

A vent’anni quello che era il suo ex ragazzo l’aveva pugnalata con un coccio di bottiglia rotto. Aorta tranciata, emorragia incurabile; era stata salvata da un ragazzo giovane, che aveva in realtà almeno quattro secoli e mezzo.

Vampiro.

Mentre era incosciente, aveva trasferito parte del suo sangue nel corpo di lei: le cellule aliene avevano preso il sopravvento, il corpo era mutato e i tessuti si erano ricomposti grazie alle loro straordinarie qualità paranormali. Era svenuta come umana e aveva riaperto gli occhi come mostro.

Anche la mente ne aveva risentito: la potenza di cui disponeva e i poteri che ancora padroneggiava a malapena la spingevano a ritenersi quasi un dio. E un dio buono faceva rispettare sempre la giustizia.

Era sfuggita al suo salvatore e aveva ucciso il suo assassino. Quando il vampiro l’aveva trovata, voleva costringerla a nascondersi e a meditare sui suoi sbagli, ma lei ne aveva abbastanza delle parole.

Era scappata, lontano da colui che le aveva permesso di vivere ancora e da tutti i problemi che lo affliggevano.

Aveva viaggiato nel mondo, imparando quel che poteva fare e quali erano i suoi limiti. Vent’anni, tra Stati Uniti, Giappone, Europa… . Un unico scopo: giustiziare i criminali non processati, lasciati liberi dai cavilli burocratici o semplicemente evasi.

Aveva visto alleati morti, nemici trionfanti, fughe miracolose. Ma era ancora viva e mai aveva pensato di tirarsi indietro: c’erano lati della giustizia che le leggi umane non potevano lambire, così entrava in gioco, talvolta sotto contratto, talvolta per volontà personale.

In quell’istante era legata da due catene di acciaio nuove di zecca; i pantaloni neri erano strappati in alcuni punti e la maglietta grigia era costellata di macchie rosse: le avevano sparato qualche proiettile speciale, che non si vende in bella vista nelle armerie umane. I proiettili erano in metallo, ma all’interno possedevano un’anima in legno. Le proprietà del materiale organico le impedivano la rigenerazione, al contrario delle comuni pallottole metalliche.

Le avevano lasciato alcuni proiettili nel corpo per indebolirla ed evitare così che potesse liberarsi.

L’uomo continuava a fissarla, finché l’unica porta della stanza si aprì: entrarono diversi individui, ma uno solo era vestito diversamente. Il completo bianco risaltava in mezzo agli abiti scuri degli altri; doveva essere il capo:

-“Jessica Derbert, giusto?”

La ragazza non rispose. Accavallò le gambe e i suoi occhi azzurri trapassarono lo sguardo di lui.

-“Non parli, vero? Ti faremo parlare, molto presto… .”

Accarezzò i capelli corvini di lei, che si scansò rabbiosamente.

-“Oh oh, siamo furiosi, giusto? Non ti aspettavi un’accoglienza così preparata… .”

-“Qualche uccellino ha cantato… .”

L’uomo si fermò dall’altra parte del tavolo e annuì:

-“Nella mia città non puoi nascondere niente che non arrivi qui, nella mia casa. Niente di importante, almeno… .”

Le catene erano legate alla sedia di legno e uno scagnozzo teneva saldamente le estremità. Pessima idea: mai tenere prigioniero un vampiro quando le guardie sono umane.

Lo sguardo saettò sui presenti: il capo e l’uomo che la fissava erano davanti a lei; tre brutti ceffi alla sua destra, uno dietro di lei e due alla sua sinistra. Otto umani contro un vampiro: uno scontro facile.

Le pistole erano riposte nelle rispettive fondine. La sua era sulla lavatrice distrutta, insieme ad un coltello con la lama in acciaio e l’anima in legno, creato per un unico scopo: uccidere altri mostri. E nel mondo governato dagli umani, i vampiri non erano l’unica specie notturna.

-“Chicago non è una città come le altre, Jessica. Non fuggirai senza lasciare traccia né sparirai senza qualcuno alle tue calcagna. Ho saputo cosa hai fatto a Cleveland e a Detroit, le due persone che hai ucciso erano colleghi e amici.”

-“Non mancheranno a nessuna persona onesta di questo mondo, puoi credermi.”

Le catene stavano stringendo sempre meno; l’uomo dietro di lei stava abbassando la guardia. Il suo respiro affannoso esalava tanfo di paura e nervosismo. La stanza era satura e lei lo avvertiva. Il capo era il solo ad apparire calmo:

-“Sei diventata famosa in questa zona, lo sai? I telegiornali parlano di un giustiziere implacabile che ha sterminato due bande criminali. Una notizia da prima pagina, sei felice?”

Estrasse la pistola e sparò all’addome. Jessica grugnì: un altro proiettile di legno.

-“Sappi che qui non raggiungerai alcuna fama, signorina… . La tua carriera termina qui!”

Jessica rise e i presenti si irrigidirono: era una risata arida, non adatta ad un volto giovane come il suo. Le due gemme azzurre che aveva al posto degli occhi sparirono quando lei chiuse le palpebre, poi si riaprirono di scatto: colpì lo schienale della sedia con i gomiti e sfondò il materiale. Le catene si strinsero intorno alle schegge rimaste e la vampira allargò le braccia con una forza inaudita. L’uomo dietro di lei si lasciò sfuggire la presa e vide solo l’estremità di una catena che gli arrivava da sinistra, frantumandogli lo zigomo. Ruotò a mezz’aria e cadde sul pavimento, intontito. Jessica lanciò una catena verso i due sulla sinistra e ad uno sfuggì la pistola; i tre sulla destra estrassero le armi, ma lei era già su di loro: il più vicino si schiantò sulla parete con l’impronta di uno stivale sul volto; il secondo puntò la Colt, ma la mano di lei gli spostò il braccio verso il collega accanto, ancora intento a prendere la mira. Un buco sanguinolento apparve sopra l’occhio destro del criminale, che indietreggiò e si appoggiò al muro, con gli occhi spenti. Il capo e il suo braccio destro spararono e colpirono il loro compagno. Jessica prese la sua pistola e gettò a terra il cadavere, sparò al primo tizio che aveva preso il calcio nel volto e si tuffò di lato, dietro la lavatrice, evitando gli altri spari. Inserì due dita nella ferita e tirò fuori il proiettile sanguinolento; subito il foro sparì. Riuscì a ripetere il procedimento con altre tre ferite prima che uno dei nemici facesse capolino. La pistola di Jessica lo centrò in un occhio e il corpo fece una piroetta prima di cadere a terra. Il tizio con lo zigomo rotto gridava, cercando di rialzarsi, mentre i tre superstiti si riorganizzavano: il capo aveva raccolto un’altra rivoltella, mentre gli altri due stavano ricaricando.

La vampira gettò l’arma rubata e prese la sua pistola insieme al coltello. Era così che combatteva, sia contro gli umani sia contro altri mostri.

-“Siamo in tre, vampira. Puoi ucciderne uno, ma ti ritroverai piena di buchi: arrenditi!”

-“Sfortunatamente per te, sono dura a morire!”

Spinse l’elettrodomestico con la spalla e con un grido di furore la sollevò, lanciandola sui tre, che si scansarono tra grida e offese. Il quarto compagno, quello con lo zigomo rotto, sollevò lo sguardo per vedere la sua stessa fine: la lavatrice gli schiacciò la testa e dopo qualche fremito, il corpo si fermò.

Jessica saltò sul tavolo e con un calcio disarmò uno dei tre. Sparò all’altro ed evitò una pallottola del tizio in bianco.

Aggiustò la mira e premette il grilletto, ma l’arma protestò: era scarica.

Il capo sorrise, il suo braccio destro no: sgranò gli occhi mentre lei si lanciava su di lui e infilava la lama nella gola. Gorgogliò e tentò di estrarre l’arma, ma ormai era spacciato. Il pugno dell’ultimo superstite la centrò alla tempia, mandandola a sbattere contro uno dei cadaveri.

La stanza era un macello: il sangue aveva imbrattato pareti, soffitto e pavimento. Dalla lavatrice usciva materia organica e i bordi del tavolo erano colorati di rosso. Lei stessa aveva i vestiti insanguinati e la camicia bianca di lui non sarebbe più stata candida, neanche con mille lavaggi. L’uomo guardò i suoi scagnozzi con occhi sgranati:

-“Tu non sei una ragazza; sei un mostro sanguinario!”

Gettò via la pistola scarica ed estrasse il coltello di Jessica dalla gola del suo braccio destro:

-“Conosco le leggende: un paletto nel cuore o la decapitazione!”

Ciò che diceva era vero: un vampiro era spacciato se un paletto di legno gli spaccava il cuore, così come la decapitazione. Ma anche lo smembramento sarebbe stato fatale: la perdita eccessiva di sangue portava comunque alla morte dell’essere vivente o non-morto.

Jessica si rialzò e strinse i pugni:

-“Non ho bisogno di un coltello per ucciderti, avanti!”
L’uomo ringhiò e tentò un assalto: la lama puntava al collo, ma la vampira si abbassò e con un pugno allo sterno lo fece indietreggiare di qualche metro. Jessica lo spinse contro la parete, lo disarmò e lo agguantò al collo:

-“Io porrò delle domande e tu risponderai!”

Lui non rispose. Lo schiacciò alla parete varie volte finché annuì:

-“D’accordo… .”

-“Bene. Cosa sai dei Cacciatori?”

Gli occhi di lui guardarono il pavimento:

-“Niente… .”

Jessica prese la mano sinistra e gli spezzò l’indice. Gridò agitando il braccio, ma lei lo bloccò:

-“Stai mentendo! I tuoi amici di Cleveland e Chicago erano in combutta con loro e tu eri nelle loro liste! Ora dimmi la verità o ti spezzerò un altro dito!”

-“Va bene, va bene… . Sono un’organizzazione molto potente e ricca di risorse: hanno contattato le nostre…società svelando la vostra esistenza. Ci hanno spedito una lista di nomi con l’obiettivo di eliminarli fisicamente: uomini, donne, vampiri, licantropi, streghe…”

-“E così sei arrivato a me?”
Scosse la testa:

-“Sono stati i miei colleghi a mettermi in guardia su di te. Sei diventata famosa nella costa orientale statunitense e molti ti stanno cercando. Pagherebbero molto per avere la tua testa.”

-“Chi mi sta cercando? Sono umani o altre creature?”

-“Entrambi. C’è un vampiro che, secondo i miei informatori, ti sta cercando da molto tempo.”

Sapeva di chi stava parlando:

-“È il mio creatore, James Eifirch.”

-“Non conosco il nome, ma so che ha fatto molte domande su di te e segue la tua scia di…sangue.”

-“Il passato è passato, ormai.. .”

Non era vero. Lei e James erano stati intimi, si erano amati per un breve periodo e quel che era nato si era ridotto ad un’ombra sempre presente.

Al piano superiore si udirono dei passi e Jessica si allarmò: posò l’uomo in bianco e tese l’orecchio. Non sentì altro, ma era certo che ci fosse qualcuno oltre a loro:

-“Aspettavi qualcuno?”

-“No, la casa è abbandonata… .”
Le orecchie della vampira captarono dei passi impercettibili sulle scale. Jessica si scansò in tempo prima che il battente di legno si riempisse di buchi. L’uomo in bianco fu più sfortunato: cinque o sei pallini di metallo lo centrarono sul volto e lo adagiarono accanto ad una gamba del tavolo.

Meglio a te che a me… .

Si nascose dietro la parete con la sua pistola e aspettò. La porta si aprì lentamente e la canna di una doppietta fece capolino.

La vampira allungò la mano, prese l’estremità dell’arma e la sollevò. Il fucile fece fuoco e parte dell’intonaco del soffitto cadde sulle teste dei due; Jessica tentò di strappare l’arma di mano, ma lo sconosciuto la tenne saldamente.

Non è umano, non potrebbe reggere alla mia forza.

Il calcio del fucile la centrò all’addome, ma la vampira riuscì a tirarlo lontano. Estrassero i coltelli contemporaneamente e li puntarono contro le rispettive gole: il tizio era calvo, aveva uno spolverino marrone e stivali di pelle. I suoi occhi erano neri come la pece, segno caratteristico del licantropo. Si fissarono, silenziosi, poi lui sussurrò:

-“Qual è il tuo nome?”

-“Non ha importanza. Tu chi sei, invece?”

-“Nessuno di importante. Sono qui per condurti in cella per aver attentato all’organizzazione.”

-“Sei un Cacciatore?”

Portò la mano alla cintura e Jessica avvicinò il coltello alla sua gola.

-“Tranquilla, sto solo prendendo… .”

Si mosse veloce per prendere delle strane manette, ma lei affondò la lama nel braccio e indietreggiò. Dalla cintura cadde un distintivo con uno strano simbolo: un drago che si mordeva la cosa. Ouroboros? Forse.

Lo spinse contro i cadaveri degli umani e fuggì dalla casa.

Ne aveva avuto abbastanza di Chicago: era tempo di tornare sui suoi passi. Conosceva il vero significato dell’Ouroboros ed era intenzionata a tornare là dove lo aveva visto per la prima volta. Quel Cacciatore l’avrebbe seguita e la prossima volta lo avrebbe ucciso senza rimorso. Nel distintivo c’era scritto un nome: Jonas Lewiston. Se fosse tornato alla carica, quel nome sarebbe stato scritto su una lapide.

[Questo è il primo racconto brevissimo che intendo scrivere sul mondo che sto creando. Nei prossimi mesi ho intenzione di pubblicare altre storie del genere che hanno come protagonisti i personaggi che interpretano il mio prossimo romanzo “Frammenti di Tenebra – Due Cuori e una Vendetta”; Jessica Derbert è stata la prima e spero vi sia piaciuto il suo carattere scontroso e cinico.]

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Fotografie (parte 2, fine)

…..Non sa come si è ritrovato lì. Come in tutti i sogni, osserva la scena, distaccato, come se fosse nient’altro che un sospiro nel vento. È un locale ombroso, quello in cui si trova, e a fatica scorge le persone che parlano sottovoce, in mezzo a scatoloni e roba vecchia. Sembra una soffitta, o un seminterrato: quei luoghi che raccolgono tutto ciò che le persone ritengono ormai inservibile, quei luoghi in cui il silenzio regna sovrano e gli oggetti giacciono inanimati per anni, in un’oscurità densa e soffocante. L’odore non è dei migliori: oltre all’odore di muffa e di vecchio, ce n’è un terzo, più subdolo, che non vuole farsi riconoscere. Josh lo avverte, nonostante non abbia un corpo e l’ansia lo attanagli. Quell’odore si avverte nelle tombe, nei mausolei sprangati e abbandonati da famiglie ormai sterminate, nelle case abbandonate che hanno vissuto emozioni strazianti. Josh lo avverte anche con l’anima e capisce che qualunque cosa sia stata adagiata in quella soffitta, o seminterrato (non ci sono finestre, non capisce in quale parte della casa si trova), possedeva qualcosa, un’emozione molto potente. Magari un oggetto che aveva vissuto con il suo padrone per anni, forse, che aveva immagazzinato tutti i suoi sentimenti e le sue emozioni, solo che non erano sentimenti buoni, o emozioni positive. Il proprietario era una persona triste, sola, con un lato oscuro nel suo animo. Come accade nei sogni, Josh capì che ci aveva azzeccato.

Quelle due persone chiuse in quella stanza, sono un uomo e una donna. Josh si avvicina e avverte la rabbia e la paura, odori pungenti nel suo naso “spirituale”. La donna piange, l’uomo continua a parlare. Josh sa che è suo marito, che lei lo ha offeso davanti a tutti per quello che ha osato fare, che la pagherà in qualche modo. E vede anche cosa pensa l’uomo, nota le immagini sulla sua testa, come un fumetto anni Cinquanta in bianco e nero. Una festa, risa e suoni musicali, l’uomo ride con i suoi amici, o forse colleghi, la donna spunta dal nulla e scatta una foto. I colleghi smettono di sorridere, l’uomo diventa paonazzo e spinge via la donna, stupita. C’è qualcosa nei loro indumenti che Josh inizialmente non nota, poi capisce che non sono contemporanei: a occhio e croce, siamo negli anni Quaranta, magari con la guerra in corso. Il fumetto scompare improvvisamente, quando l’uomo la strattona e la spinge contro una parete di legno. La donna grida e Josh capisce cosa è successo, anche se non sa spiegarsi come sia possibile.

Gli amici dell’uomo avrebbero dovuto fruttare a quest’ultimo molto denaro, per qualcosa che Josh non riesce a intravedere, forse terre e campi fiorenti… . Uomini di campagna, uomini che si erano arricchiti sulle spalle dei poveri contadini, che fingevano di essere diversi, di essere cittadini superiori, piccoli borghesi di provincia. Ma le superstizioni, nonostante fossero nel XX° secolo, erano dure a morire. Josh sapeva bene che a fine Ottocento, anche negli stati più progrediti e moderni, esistevano ancora persone che rifiutavano il progresso e lo comparavano al Diavolo. Uomini poco dotti o radicati su pensieri fuorvianti che vedevano il motore a vapore come un’offesa a Dio e all’Uomo che sapeva stare al suo posto nell’Universo.

E anche la fotografia aveva subito lo stesso amaro percorso: alcuni affermavano che le persone fotografate correvano il rischio di radiazioni o di altri effetti nocivi, talvolta mortali. Altri, più dediti al mondo spirituale, o semplicemente rimasti indietro al tempo dell’Inquisizione, affermavano certamente che la macchina fotografica arrivava, certe volte, persino a rubare l’anima.

Ai giorni nostri, queste stupide superstizioni sono ormai morte e sepolte, persino tra le tribù quasi primitive della Nuova Zelanda o dell’Africa; ma cinquant’anni prima, nelle regioni estreme del mondo, o semplicemente nei luoghi isolati, dove il progresso faticava ad arrivare, c’erano ancora persone che credevano fermamente al Male nascosto nelle nuove tecnologie.

Capisce che quell’uomo ha perso i suoi affari e legge odio e avidità nei suoi occhi, persino nella sua anima.

E quando colpisce la donna, forse sua moglie, o sua sorella, o magari la figlia, chissà, spingendola contro la parete e facendola cadere, Josh prova a muoversi, ma le gambe non rispondono al suo comando. A terra, l’aggressore continua a colpirla ininterrottamente, mentre la vittima tenta di difendersi e scalciare. La disperazione sale in quella stanza, Josh ne sente il fetore. I contorni delle cose iniziano a sfumare, così come le persone, ma prima che Josh si svegli, può vedere l’uomo che strappa dal collo della donna un oggetto, e inizia a colpirla sulla faccia con quest’ultimo. Josh non riesce a vedere di cosa si tratta, ma lo capisce mentre ormai tutto sparisce nelle tenebre. L’oggetto sembra rompersi, e qualcosa cade lontano dai due. Mentre la scena del probabile omicidio svanisce, Josh vede un rullino che rotola libero nella penombra della stanza. Lì rimane, mentre a pochi metri di distanza, un uomo uccide una donna.

La mattina accolse Josh con il sole negli occhi. Si alzò dal letto e si accorse che aveva dormito con i vestiti del giorno scorso. Scosse la testa, disorientato e con un principio di mal di testa, e cercò la foto. Era sul comodino, innocua, ma a Josh ricordò il tronco che galleggia nelle paludi, e che si rivela essere poi un coccodrillo famelico.

È cambiata ancora?

Non si avvicinò, non voleva guardare. Sapeva che sarebbe impazzito se avesse visto qualche cambiamento. Scese dal letto, e prima di fare colazione, andò alla parete e guardò che giorno era dal calendario che teneva sopra la scrivania, vicino il finestrone.

Il lavoro si trascinò lento e inesorabile fino al tardo pomeriggio. Gli chiesero come stava, perché mai era così stanco e pallido, ma Josh dette loro poche spiegazioni, rapide ed essenziali. Bugie, insomma.

C’era un collega che lavorava proprio accanto al suo ufficio, con il quale aveva una certa confidenza, maggiore rispetto a tutti gli altri. Il suo nome era Stephen… . Il cognome gli sfuggiva sempre, si ricordava solo che era sposato con Allison, e aveva due figli a giro nel mondo.

Abitava in un condominio a New York e sembrava una persona a posto. Quel giorno, Stephen notò le borse sotto gli occhi e lo sguardo assente di Josh. Quando gli chiese come stava, Josh rispose dopo qualche secondo, come se parlasse da un telefono distante migliaia di chilometri: un rullino, una foto strana e un sogno inquietante. Stephen rise e gli consigliò dei sonniferi, ma lo sguardo di Josh era maledettamente serio, così gli chiese maggiori dettagli e lui raccontò tutto. Alla fine della storia, Stephen capì che il suo collega era sull’orlo di una crisi di nervi e per calmarlo, gli propose di gettare via la foto e il rullino. Evidentemente qualcosa lo aveva turbato, complice la stanchezza e lo stress. La sua mente ne stava pagando le conseguenze.

Josh non ascoltò granché del discorso dell’amico, preso dai foschi pensieri che turbinavano nella sua mente. Forse aveva visto male? Non poteva che essere la verità. Una foto che si muove, andiamo… . Benvenuti ai Confini della Realtà, prossima fermata, Manicomio e Camicia di Forza, due posticini ridenti e tranquilli. Si alzò di scatto, spaventando l’amico, e con un sorriso tirato gli comunicò che era finito il suo turno: mancavano ancora dieci minuti, ma per Josh era arrivata l’ora di andarsene.

Sul vialetto di casa il cuore iniziò a battere più forte e lo stomaco si contrasse. Il suo inconscio non si era dimenticato della foto: e se fosse realmente cambiata? Quella mattina non aveva avuto il coraggio di guardare… . Il sole stava tramontando quando le chiavi entrarono nella serratura e ruotarono. Il battente si aprì e la casa lo ingoiò.

Si tolse la giacca e si soffermò davanti la camera oscura. La porta era chiusa, ma dentro di sé avvertiva la certezza irrazionale che lì dentro ci fosse qualcuno. La mano si avvicinò alla maniglia e ci si avvinghiò. Il colore della mano si fece bianco da quanto stringeva il ferro, ma Josh decise di aprire, e così fece.

La stanza era vuota. I suoi oggetti erano al solito posto, tutto era in ordine. Josh sospirò di sollievo e chiuse la porta. Salì le scale fischiettando ed entrò in camera: il sole se n’era già andato e la Luna era visibile in cielo, proprio davanti al suo davanzale. Gli occhi di Josh si spostarono sul rettangolo bianco posato sul comodino.

Al diavolo, prima mangio e poi le do un’occhiata.

Ma non fece così. Si gettò nel letto per arrivare prima alla foto e la prese con violenza. Accese la lampada vicino al letto e osservò la foto.

La luce lunare invadeva la stanza, ma c’era un’altra fonte luminosa, fuori dall’immagine, proprio dietro a colui che aveva fotografato la scena: si vedeva la sua ombra sul letto, intenta a tenere in mano qualcosa di diverso da una macchina fotografica. Sembrava… .

Josh vide l’ombra di se stesso che guardava una foto. Alzò lo sguardo ed era proprio così, ma l’uomo fu attratto da un altro particolare: sul davanzale, con una mano appoggiata sul vetro, c’era una donna. Non riusciva a vedere bene il volto, ma gli abiti erano antiquati e la figura sembrava tremolare come un vecchio film in bianco e nero. Josh sgranò gli occhi e indietreggiò istintivamente, cadendo dal materasso: si rialzò, ma la donna era sparita. La foto sul letto sembrava deriderlo: sul davanzale era rappresentata la figura spettrale. Josh si mosse verso la porta e i suoi occhi registrarono il calendario accanto alla finestra, come nella foto. Non era un quadro! Avrebbe dovuto capirlo subito che l’immagine ritraeva la sua stessa stanza. Aprì il battente di legno e premette l’interruttore, ma la luce non si accese. Emise un verso strano, un incrocio tra un ringhio e un gemito, mentre premeva ripetutamente il pulsante.

Nel buio, scorse una figura più nera camminare lentamente verso di lui. Non capii se era la donna, o qualcun altro. Tornò indietro e si rinchiuse nella stanza. Indietreggiò e chiuse gli occhi: non voleva vedere la maniglia che ruotava da sola. Sarebbe salpato verso la follia se solo avesse visto quella scena, e non dette ascolto ai cigolii, né ai lievi colpi sul legno.

Sono solo i rumori del legno, solo i rumori… .

Tornò all’immagine: la prese e controllò. Niente di strano, solo… . Cosa diavolo era quello!

Josh lasciò cadere la foto e guardò il davanzale: c’era una coppia di persone. Una figura maschile si stava accanendo su un corpo femminile. Il suo braccio destro si alzava e si abbassava continuamente e colpiva il volto della donna con una macchina fotografica antiquata. Josh vide un rullino volare via e sparire nell’ombra. Lo stesso rullino che aveva trovato lui.

La coppia svanì come fumo, lasciando Josh solo e smarrito. La porta non dava più segni di vita. Prese l’immagine e la vide nuovamente diversa: in quello stesso istante la finestra del davanzale esplose. Josh gridò mentre le schegge si conficcavano nella parete e nel letto. In mezzo ai detriti, c’era una macchina fotografica insanguinata; sull’angolo superiore destro c’era una chiazza rossa, frammenti bianchi e alcuni capelli lunghi incastrati. Il flash antiquato era rotto e pieno di sangue.

Era abbastanza per lui: strappò la foto in mille coriandoli e li lasciò cadere per terra, poi uscì nel corridoio. Camminò a stento nell’oscurità e scese le scale inciampando due o tre volte. Aveva in mente un piano: distruggere il rullino. Qualunque cosa stesse accadendo, era sicuro che la sorgente fosse quel dannato oggetto antico. Forse il film aveva catturato le emozioni, invece dei raggi luminosi che creano una foto; un rullino spirituale. Maledetto.

Mosse le mani verso la porta della camera oscura, cercando la maniglia, ma scoprì che qualcuno l’aveva aperta prima di lui. I suoi occhi si spostarono in cima alle scale: c’era un figura immobile che lo guardava con occhi senza pupille, bianchi e senz’anima. Erano gli occhi di una bambola, erano male puro.

La donna mosse un piede e scese un gradino. Il volto fissava qualcosa in lontananza, con un ghigno distratto. Josh entrò nella camera oscura e chiuse la porta, rimanendo al buio più completo. Solo in quel momento si rese conto di essere stato un idiota: la forza che agiva tramite quelle immagini diaboliche lo aveva attirato lì dentro grazie all’immagine di quello spettro in cima alle scale.

L’oscurità pareva solida, ma Josh conosceva a memoria la posizione dei ripiani. Procedette a tentoni: il rullino doveva essere vicino alle vasche piene di sostanze chimiche. Lo aveva lasciato lì dal pomeriggio precedente.

Sentì lo spigolo del ripiano e si appoggiò al legno. I passi erano piccoli e rapidi, poi le orecchie captarono un tintinnio poco lontano.

Josh si fermò. Sentiva il cuore che batteva all’impazzata; gli occhi erano quasi fuori dalle orbite, sintomo comunissimo per chi è spaventato a morte. C’era qualcuno con lui nella stanza, ne era certo. Proseguì il suo cammino con l’ansia sempre più crescente. Toccò delle bottiglie che conosceva bene e infine le vasche metalliche: solo allora iniziò a tastare il ripiano convulsamente, nella speranza di urtare il rullino. E lo toccò: sentì il freddo del metallo antico, e la sensazione familiare al tatto della pellicola. Sorrise al buio, mentre stringeva l’oggetto, e si appoggiò con l’altra mano al ripiano: non toccò la superficie di legno, né una vasca metallica. Sentì un tessuto freddo, morto, e subito dopo tutto l’oggetto: una mano.

Gridò con quanto fiato aveva in gola e alzò il braccio nel punto in cui credeva ci fosse il corpo: qualcosa colpì, e sentì un verso stridulo in risposta. Aveva urtato un tessuto cedevole e molle, qualcosa che un tempo era vivo ma ora brulicava di vermi e larve di mosca. Perse l’equilibrio e rischiò di cadere contro la porta chiusa della camera oscura: adesso riusciva a vedere la figura, gli sembrava di percepire i contorni più neri. Un tempo doveva essere stato un uomo, ma la morte lo aveva sfiorato. Il colpo di Josh gli aveva fatto pendere la testa in modo innaturale. Sentiva le scarpe vecchie di mezzo secolo che strisciavano sul pavimento. Vide anche un oggetto nella mano destra, che teneva alzato sopra la testa: voleva colpirlo, forse aveva capito le sue intenzioni! Spinto dall’istinto, Josh ruotò la maniglia e gridando colpì il ginocchio del morto con un calcio. La gamba cedette e il cadavere gridò, ma Josh non se ne preoccupò: chiuse la porta e sfrecciò verso la cucina. Girò l’angolo e si scontrò con la donna: questa volta vide davvero la sua faccia. Gli occhi bianchi erano a pochi centimetri dai suoi, il naso era reso più adunco dalla morte e le labbra erano nere. Un tempo doveva essere stata bella, ma qualunque cosa la usasse, l’aveva resa orrenda. Sopra l’occhio destro, la testa sembrava sprofondare al suo interno: il cranio era spaccato e l’osso sembrava un uovo di Pasqua rotto da un pugno di un bambino violento. La bocca si aprì lentamente e la donna fece scivolare fuori una lingua nera e marcia: Josh urlò e fece un passo indietro, mentre lo spettro sembrava ghignare. Le corse accanto, incurante delle mani morte che tentavano di ghermirlo e si fiondò sui fornelli. Il fantasma capì cosa intendeva fare: emise un urlo stridulo e la bocca aperta si aprì esageratamente come una fornace. Josh la colpì con una pedata e accese i fornelli, poi avvicinò il rullino. La pellicola prese fuoco, ma qualcosa andò storto: anche i vestiti di Josh presero fuoco. L’uomo gridò e sbatté contro la parete. La donna svanì urlando, lasciando una pozza nera sul pavimento, ma Josh non se ne accorse: gridava mentre il fuoco gli bruciava i capelli e si diffondeva per la cucina, sul tavolo e sui divani, fino alle tende.

L’ultima cosa che Josh vide prima che il fuoco gli sciogliesse i bulbi oculari, fu la porta della camera oscura aperta. E un uomo morto con una macchina fotografica davanti il volto e una foto nell’altra mano, ritraente un incendio in una casa familiare.

(fine)

Fotografie (Parte 1)

Il pensiero che balenò nella mente di Josh Randall, quando trovò un rullino dimenticato in un cassetto della cantina, fu una scena avvenuta anni prima: lui, più giovane e altrettanto sguaiato, che scattava una serie di foto al mare calmo e piatto come spesso è al mattino. L’orizzonte infinito, due motoscafi che viaggiavano placidamente sul pelo dell’acqua, distorcendo e sfregiando la calma mattutina. Poi uno di quelli aveva urtato l’altro, e Josh aveva sentito dentro di sé una certa eccitazione, inquietante, inizialmente, ma soddisfacente: sapeva che presto qualcosa sarebbe accaduto, e infatti i due proprietari erano venuti alle mani, e lui aveva continuato a fare le foto. Quando poi era intervenuta la polizia e uno dei turisti aveva allungato un pugno al pubblico ufficiale, Josh aveva continuato a immortalare ogni momento: gli era fruttato cento euro presso il giornale locale, e in quel periodo era a corto di denaro, così non si era fatto pregare molto.

Era passato molto tempo, da quella scena. Josh era cresciuto, aveva vissuto abbastanza da crearsi una famiglia, che poi lo aveva abbandonato… . O meglio, lui aveva abbandonato loro, preferendo il lavoro alla moglie, e alla figlia. Ma guadagnava abbastanza da mantenere loro e se stesso. La casa dove viveva in quel momento era la stessa che aveva condiviso con la famiglia, e non si era fatto scrupoli quando l’amata mogliettina aveva preteso quel tetto. Nostra figlia, la scuola è vicina… . Josh era stato irremovibile: la casa è mia, non avresti dovuto chiedere il divorzio, è tutta questione di soldi, e così via. La maggior parte dell’umanità, forse anche più della maggior parte, avrebbe condannato Josh e il suo egoismo sfrenato, ma a lui non importava. Si era costruito tutto con le sue mani, e non sarebbe stata certo una donna a portargli via tutto… . E sua figlia.. tale e quale alla madre.. . Era così che lo ringraziavano di ciò che aveva loro procurato.

Così diceva Josh ai suoi colleghi, che non osavano mettergli sotto il naso che, a parte la moglie, almeno la figlia doveva essere mantenuta e supportata a dovere, senza distacchi e sfuriate. Ormai verso i cinquant’anni, Josh era quel tipo di uomo che aveva costruito da solo un’immagine di sé che si avvicinava più ad un semidio, se non ad un dio. E cosa faceva quel Dio per mangiare? Fotografia, ovvio.

L’azienda che lo finanziava era esperta nel settore visivo: pubblicità, album fotografici e locandine, dalla politica ai poster per bambini.

E lui, questo glielo concedevano tutti, possedeva un’elevata esperienza e un gusto che sapevano correre con i tempi e con le persone giuste.

Immortalava i momenti della vita come un pittore dipinge il volto del soggetto con assoluta maestria; lo faceva come passatempo, stampava le foto presso la sua camera oscura personale, ammirava i suoi lavori, e poi le infilava in scatole di cartone anonime, nel seminterrato di casa. Quel locale era un museo dell’immagine, ma tutte quelle foto erano nascoste, nell’oscurità più totale, e quasi dimenticate.

E fu quindi una sorpresa, quando Josh ritrovò un rullino non stampato in quel cassetto, nella camera oscura. La pellicola non sembrava danneggiata, e non c’era neanche un po’ di polvere, attirata dal film che racchiudeva chissà quante immagini. Com’era possibile che non avesse sviluppato quel rullino? Nella penombra della stanza, Josh avvicinò la mano all’oggetto, si bloccò un attimo, pensieroso, poi strinse il rullino tra pollice e indice alle estremità, per non toccare la pellicola. Per la prima volta avvertì uno stordimento, quel genere di emozione che fa girare la testa e fa tremare le gambe. In quel caso non era meraviglia accompagnata da felicità o sicurezza; quella meraviglia che provò in quel momento il fotografo fu accompagnata da una certa inquietudine che non seppe spiegarsi, se non dopo qualche minuto.

Il cuore batteva più velocemente del normale e lo stomaco era balzato in gola: quel rullino non aveva niente di strano, ma contemporaneamente era tutto sbagliato!

Per prima cosa, le due dita avevano toccato un materiale ferroso. Il rocchetto era metallico e c’era una protezione dello stesso materiale anche intorno alla pellicola. Solo l’estremità usciva fuori dal contenitore, come una lingua nera che Josh associò subito ad uno strangolamento.

Si rigirò tra le mani il reperto e si rese conto che alle estremità della bobina, c’erano due fori.

Per avvolgere la pellicola… .

Aveva già visto quel tipo di rullino, ma allora non aveva più di venticinque anni, quando un vecchio fotografo gli mostrò tutta l’attrezzatura del mestiere. Dopo la seconda guerra mondiale, i rullini possedevano quel tipo di bobina, in metallo, talvolta verniciato in marrone lucido; erano utilizzabili per più di una sola volta. C’era un attrezzo apposito, rilasciato dalle aziende del settore, che permetteva di avvolgere delle pellicole vergini e riutilizzare così il rullino. Ma questo avveniva quando lui non era ancora nato! La sua razionalità suggerì che quel genere di pellicole esistevano ancora negli anni Settanta, quando lui aveva sì e no dieci anni. Ma furono poi sostituite dagli odierni rullini, in plastica e monouso. Josh continuò a fissarlo, mentre dentro di sé la parte ancora ragionevole stava cercando di calmare l’istinto che, come una scimmia impazzita, correva qua e là nelle stanze enormi della sua mente.

Che cosa c’è dentro?

Quella domanda lo colse di sorpresa. Cosa avrebbe trovato lì dentro? La curiosità iniziò a sovrastare gli altri sentimenti e così, Josh fece quello che aveva fatto da sempre: sviluppò un rullino.

Erano passate poche ore e Josh era seduto sul letto matrimoniale, solo, con lo sguardo perso nel vuoto. L’orologio batté quattro colpi, tra due o tre sarebbe spuntata l’alba e forse qualche spiegazione sarebbe nata nella sua mente. Mentre i suoi occhi continuavano a fissare un punto in lontananza nel muro, il suo cervello era all’opera e non si sarebbe sorpreso se avesse visto spuntare fumo dalle orecchie. Sì, perché ciò che aveva accanto a sé, era come un punteruolo conficcato nella sua testa, che non gli lasciava un attimo di tregua.

C’era una sola foto.

Aveva sviluppato il rullino e aveva impiegato molto tempo per evitare che la vecchia pellicola si disfacesse o distruggesse la foto contenuta. Il risultato era stato accettabile: nonostante alcuni colori fossero ormai spariti e un alone giallo impregnasse la scena, era uscita una foto. All’inizio aveva controllato almeno tre volte il rullino, per essere sicuro che non ci fossero altre immagini, ma la pellicola aveva un solo scatto; il resto era vuoto.

L’immagine mostrava l’interno di una casa, una camera da letto probabilmente. Si poteva vedere il profilo di un armadio nell’ombra; il resto era occupato da un finestrone e la parete era spoglia, con un quadro attaccato al muro e coperto dall’oscurità: si notava solo la sagoma di qualche paesaggio. Non era poi così tanto diversa dalle altre camere del mondo, poteva essere persino la sua. La foto si concentrava sul finestrone e sul terrazzo all’esterno. Era stata scattata di notte, ma la luce della luna illuminava il davanzale come se fosse giorno. I colori erano sbiaditi, ma Josh riusciva a vedere tutto nitidamente.

Come era arrivata lì quella foto? Cosa rappresentava? Chi l’aveva scattata, e per quale motivo?

Si era posto quelle domande almeno due ore prima, con lo scatto accanto a lui, come a schernire la sua razionalità: lei era lì, era reale, e lui non poteva farci niente. E mentre Josh rifletteva su qualche possibile spiegazione, qualcos’altro stava avvenendo in quella camera, qualcosa che può spingere un essere umano a pensare che ci sia qualcosa di rancido nell’universo, qualcosa che talvolta riesce a toccare anche questo mondo, che inspiegabilmente lo muta a suo piacimento. In seguito Josh avrebbe pensato che tutto quello che sarebbe accaduto in quei due giorni, fosse stato opera di qualcosa di intelligente, non certo del cieco Destino, ma meno umano di quest’ultimo.

Non seppe dire quando la foto cambiò. Un secondo prima pensava da dove potesse essere arrivato quel rullino e un secondo dopo riguardava la fotografia, poi la riposava e dopo la riguardava. Dopo una serie infinita di azioni come queste, si accorse che qualcosa era cambiato: non vide subito il cambiamento, ma percepì qualcosa di storto. Fissò l’immagine, mentre tra sé rideva prendendosi in giro: figuriamoci se una foto cambia soggetto, o semplicemente muta un particolare, figuriamoci se… .

Le porte a vetri del finestrone erano più illuminate, come se la luce lunare si fosse intensificata, come se… .

Come se la Luna si fosse spostata… .

Tutto ciò appariva ridicolo, e se non fosse stato per un particolare agghiacciante, Josh avrebbe dato la colpa alla stanchezza e avrebbe risolto il problema affermando che prima non aveva fatto caso al finestrone.

Sul terrazzo, esattamente secondo la direzione dei raggi lunari, c’era un’ombra, proiettata sul pavimento, lunga e sottile come una lama nera.

Il terrazzo è più ampio di come lo vediamo da qui.

Josh scosse la testa, sorpreso: quindi stava credendo a tutto ciò che vedeva?! Era sicuro che prima non ci fosse nessuna ombra, nessun ostacolo tra la Luna e la camera. La luce ora proveniva da sinistra, così come l’ombra, e la parete con il quadro era leggermente più illuminata. Quello attaccato alla parete non era un quadro, ma un calendario, con l’immagine esotica di un luogo tropicale. Ora poteva vedere persino i numeri, ma il mese era ancora oscurato dalla penombra.

Cosa sta succedendo?

(Fine Parte 1)

Una vita che è tutto o niente

La vita

La storia che vi racconto è una storia come tante, un ennesimo patetico tentativo di spiegare qualcosa, spesso incompreso. In questa storia non ci sono amanti tenaci, serial killer scaltri o detective infallibili, qui non troverete momenti di azione, rivelazioni sconvolgenti o amori folli. Tutto ciò, non appartiene alla realtà, ma solo alla fantasia. La vita non è come un film, o un buon libro; si capisce che è tutto reale per una semplice cosa: alla fine, i buoni perderanno sempre, in un modo o nell’altro. Alla fine, non importa dove si è arrivati, cosa ci manca ancora o cosa sogniamo: alla fine, siamo tutti destinati verso un unico baratro, senza fondo, la morte.
Perché scrivo questo testo? Tutto ciò è una rivelazione, o meglio, uno sfogo. Io sono qui, adesso, in questa stanza: pareti bianche, una finestra che dà sul mare, un letto disfatto e un armadio, con un’anta che non si chiude bene, e un piccolo tavolo. Tutto qui. Non ci sono quadri, né un mazzo di fiori primaverili, né una coperta colorata: la finestra sembra aver risucchiato tutto, perché i colori sono tutti all’esterno, e non vogliono saperne di entrare. Ho novant’anni, e sono in un ospizio: sono tre anni, sette mesi e ventuno giorni che vivo qui dentro. Le infermiere mi trattano bene, anche se talvolta sembra che parlino con un bambino di tre anni, o peggio, con un cane.
Ce ne sono altri, come me. Altre persone che sono state rinchiuse qui, per vari motivi: c’è chi si è arreso ai consigli dei parenti, chi invece non ha potuto fare altro che vivere a spese dello stato, chi non era più idoneo a stare in società. In poche parole, chi era diventato scomodo, nullatenente o semplicemente pazzo.
Io appartengo al secondo genere, e sono sicuro di ciò: non ho figli, e tecnicamente completo cinque cruciverba al giorno. Sicuramente non urlo frasi sconnesse né tento di gettarmi dalle scale con la carrozzella. Ho ancora la facoltà di ragionare, e proprio questo mi spaventa: sì, perché quando si è rinchiusi in un edificio, alienati dal mondo esterno, e consapevoli che quella sarà la nostra ultima dimora, si preferisce essere pazzi. Chi non è matto, diventa irascibile e scorbutico, e finisce per attirarsi addosso l’odio e la paura, i mali peggiori di questo posto.
Io, un tempo, ero un filosofo. Ho studiato filosofia e sono vissuto in un secolo in cui essa stessa è stata quasi distrutta: sono nato il 21 Gennaio 1921, mentre nasceva il Partito Comunista d’Italia. Non ricordo l’ascesa al potere di Mussolini, ma ricordo i giornali che parlavano di violenza e intimidazione, fino poi a scomparire. Niente più odio, né squadracce fasciste, né dittature in Ungheria e successivamente in Germania; solo vittorie militari in Africa, trionfi e parate del duce, superiorità della razza e testi scientifici sull’inferiorità ebrea.
Studiavo filosofia a casa, con i libri acquistati dal mio bisnonno, in quell’epoca d’oro ormai dimenticata. Ricordo che quando la guerra iniziò, i libri iniziarono a sparire misteriosamente: i miei genitori non volevano dirmelo, ma li vendevano in cambio di cibo. Io lo sapevo, e studiavo ancora di più, nella speranza di acquisire quanto più sapere potevo ottenere. ​
Un giorno venne da noi un uomo magro, alto, un po’ calvo. Ci chiese se potevamo nasconderlo: era il 1943, l’anno che mutò le sorti della guerra. Ancora il mondo non conosceva apertamente l’orrore dei lager, ma la voce si era sparsa, una voce che raccontava di campi dell’orrore, da cui nessuno era mai uscito. La mia famiglia, composta da padre, madre e dieci figli, lo accolse, senza pretendere denaro o oro. C’era la guerra, ma nonostante tutto, la solidarietà esisteva ancora. L’uomo era stato fortunato: se avesse bussato ad un’altra porta, sarebbe stato subito denunciato e fatto sparire. Quell’epoca, come avrete capito, era segnata dall’inquietudine e dalla diffidenza: il nostro popolo era diviso ideologicamente, e presto, come la storia insegna, avrebbe iniziato a scontrarsi.
Quando la guerra finì, l’ebreo ci ringraziò e pianse, ci benedì talmente tante volte che mia madre si fece il segno della croce quando se ne andò, per evitare che troppe benedizioni facessero male, come un’indigestione. Ricordo che disse una frase talmente forte da imprimermela nella mente per tutta la vita: ancora adesso la ricordo. Ci disse che in guerra ogni uomo si isolava dal mondo, e nella solitudine appassiva. La guerra non uccideva solo i soldati, ma anche le mogli e i figli che rimanevano a casa, ad aspettarli. ​
Mentre l’Europa ricostruiva dalle sue macerie, la nostra vita era leggermente migliorata. Non pativamo più la fame, ma non eravamo neanche benestanti. Due miei fratelli morirono in miniera, un altro cadde da un albero e si ruppe il collo: raccoglieva le olive per guadagnare qualcosa, e per mantenere tutta la famiglia. A settant’anni di età, se ne andò mio padre, contadino fino al midollo. Era talmente attaccato alla terra che morì nel suo campo, con una vena del cervello scoppiata. Mia madre morì nel suo letto, nel sonno, senza soffrire. Ma all’epoca ero già sposato: mia moglie era una persona splendida, e la amavo davvero. Aveva dieci anni meno di me, ed era castana chiara, con gli occhi nocciola così profondi da perdersi in essi per l’eternità. Era bella, solare e con un carattere forte: non si piegava mai alle nostre discussioni, e quando aveva torto, non lo ammetteva mai, neppure davanti all’evidenza. Decidemmo di non avere figli: giornali, radio e televisioni raccontavano gli eventi nel mondo, e la guerra fredda era talmente aperta che mezzo mondo temeva l’uso delle armi nucleari. Quando il clima si affievolì, eravamo ormai oltre i sessanta, e allora capì davvero che non avrei mai generato un figlio. Anche mia moglie lo comprese: ognuno di noi la digerì diversamente.
Io, professore d’università, iniziai a bere e presto mi cacciarono dalla cattedra. Lei si ammalò gravemente: i medici le diagnosticarono un cancro ai polmoni, all’epoca incurabile. ​
Fino ad allora, non avevo mai pensato ad una vita senza di lei: era più giovane, ed ero sicuro che il primo a tirare le cuoia sarei stato io, ma il destino invece aveva altri progetti per me. Nel letto, lei mi sorrideva sempre e mi tranquillizzava: mi diceva che la vita aveva deciso così, e che non potevamo farci niente. Decise che voleva viaggiare, e così facemmo: metà risparmi di una vita furono usati per pagare l’aereo e gli hotel.
Uscimmo dall’Italia, verso Parigi, Londra, Stoccolma, Mosca e alla fine New York. Ritornammo in Italia: lei aveva perso venti chili, il suo volto si era allungato, tossiva e spesso sputava sangue, ma non riusciva a morire.
Il medico ci disse che il cancro si era ridotto, e che con una serie di terapie, sarebbe stato sconfitto. Quando finì il discorso, ricordo che saltai dalla gioia, abbracciai il dottore e baciai mia moglie. Lei non si scompose: sorrideva, ma i suoi occhi no. I suoi occhi non ridevano con lei, ma erano muti, quasi increduli. In due mesi, il tumore sparì, e lei era sana. Io cercai vari lavoretti, la vita tornava a sorridere, ma come ho imparato a mie spese, niente ci può abituare al peggio, niente.​
Ormai ottantenne, mia moglie fu colpita da un altro cancro, questa volta al pancreas. Ormai anziana e debole, con un cancro davvero incurabile, mia moglie si spense tre mesi dopo, nel letto della nostra casa. La seppellii con i pochi soldi rimasti, e mi ritrovai solo in quella casa che ci aveva protetti per tanti anni. ​
Rimembro ancora i miei passi per quelle stanze deserte, muto, con il ricordo di lei. La cucina, il suo regno, vuota e silenziosa, così come la camera da letto. C’era ancora la sua spazzola sul comodino, ma non era stata mai usata: in quei mesi aveva iniziato a perdere i capelli, e temeva che spazzolandoli, li avrebbe strappati di più. Presi l’oggetto e lo osservai: come in un sogno, chiamai ad alta voce il suo nome, ma non mi rispose nessuno, e solo allora capì che era morta davvero. Non sarebbe più tornata, come i miei due fratelli, come i miei genitori. Non sarebbe rientrata dalla porta d’ingresso, sorridendomi; non mi avrebbe più aspettato alla porta della cucina, impaziente di mettere a posto gli oggetti comprati al supermarket. Una lacrima mi cadde dall’occhio destro, una sola lacrima, poi più altro.​
I pochi anni seguenti, vissi da solo, usando il denaro rimanente, e quando lo finii, mi tagliarono il telefono, la luce e il gas. Con il mio vecchio corpo, mangiavo alla mensa dei poveri, senza farmi riconoscere, perché il mio vecchio orgoglio era sempre vivo, a differenza di tutto il resto.
Una signora al piano inferiore chiamò l’assistente sociale, segnalando la presenza di un anziano solo e non autosufficiente.
Quando bussarono alla porta, pensai all’ebreo che avevamo protetto durante la guerra. Lui si era salvato dal rastrellamento, io no.
Aprii l’uscio e poche ore dopo ero già nell’ospizio dove sono adesso. Il resto, l’ho già raccontato.​
Vi ho detto che questo era uno sfogo: sì, perché adesso che ho tutto il tempo di riflettere, sono giunto a conclusione che la vita, alla fine, non è nient’altro che un puntino infinitesimo nell’eternità. Quel Dio che noi preghiamo, che tanto amiamo, non può esistere. Ci insegnano che Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, e l’uomo lo venera come un figlio venera la madre. Ma quale madre permetterebbe al figlio di vivere così poco, mentre lei stessa è eterna? Un genitore darebbe la vita per il figlio, e Dio invece che fa? Niente. Te lo dico io, cara umanità: Dio non esiste. Non c’è nessun essere superiore, alla faccia di San Tommaso, della sua Scolastica e di tutti i suoi successori. Se si fossero guardati intorno, non si sarebbero così tanto sforzati nel trovare le prove dell’esistenza di Dio! E poi, mettiamo conto che esista: perché ci metterebbe alla prova? Perché ci genera, per poi farci provare tutte le sofferenze della vita? Che abbiamo fatto di male? Pensateci: alla fine della propria vita, l’uomo è solo. Non c’è nessuno, né parente, o amico, o amante: quando la morte bussa alla tua porta, nessuno la sente, se non te stesso. Muori solo, senza una mano che stringe la tua, senza una consolazione.​
Io sono qui, solo e senza qualcuno a stringermi la mano. Sono curvo sul tavolo della mia stanza, e l’infermiera mi ha appena portato le medicine. Oltre al flacone, vedo il foglio dove sto scrivendo questo commento, la spazzola di mia moglie, e l’altra mia mano, nodosa e curva, che tocca la superficie di legno. Ripenso a mia moglie, e la invidio: lei è morta prima di me, e le sono stato accanto fino alla fine, o almeno, finché ho potuto. Io chi ho con me? Nessuno. Sono solo, e oltre alle infermiere, l’ultima cosa che busserà alla mia porta sarà la morte. E morirò solo, senza nessuno accanto.​
O forse no? La spazzola è qui con me. Quando la tocco, è come se vedessi il volto di mia moglie. Vorrei tanto abbracciarla, dirle che mi manca, sussurrarle tante cose all’orecchio: lei è stata la mia ragione di vita, la mia compagnia preferita. L’amore ci accompagna per tutta la vita, o quasi, e non possiamo farne almeno: abbiamo bisogno di un’anima cui stare accanto, per sorreggersi a vicenda, per resistere alle tempeste dell’esistenza: non fraintendete questo sentimento, l’amore non è quello che leggete nei libri o vedete nei film. Non ci sono storie tormentate in cui alla fine tutto si risolve con un bacio appassionato: l’amore è leggere nel pensiero dell’altra persona, capirla da uno sguardo e renderla felice per l’eternità. La radice dell’amore ha due diramazioni: dedicarsi totalmente all’anima gemella, e nutrire l’egoismo che contraddistingue ognuno di noi. Non guardate questa pagina con occhi sorpresi, è la verità: noi amiamo perché abbiamo bisogno di amare, di avere una persona accanto, per non morire soli. E’ da lì che poi nasce l’amore, e vi rendete conto che quell’egoismo si è trasformato in qualcosa di buono, quella volontà di far felice una persona e la speranza che essa faccia felice te stesso.
Il flacone è accanto alla spazzola, e un’idea mi sta balenando in testa. Tra un paio di minuti devo prendere due pillole, per contrastare la pressione alta, ma se sbagliassi la dose? Se invece di due, ne prendessi dieci? O tredici? Nessuno sentirebbe la mia mancanza: come ho già detto, sono solo, vecchio e troppo cosciente. Nessuno prova affetto per un vecchio nullatenente.​
L’uomo non è fatto per stare solo, non può vivere senza un simile accanto. Allora perché ci mettono in questi posti? Perché ci isolano? Noi vecchi, più di tutti, abbiamo bisogno di società: siamo dei libri di storia, serviamo alla società, e invece ci rinchiudono qui, in queste biblioteche umane.
Tutto quello che abbiamo vissuto è un patrimonio di tutta l’umanità: non solo gli anni che ormai sono scritti nei libri scolastici, ma anche la “nostra” storia, quella individuale. non ci sono libri che raccontano un così bel romanzo. Ci sono persone che dimenticano gli anni passati, uomini e donne che rinnegano ciò che hanno fatto, che considerano gli anni precedenti con poco interesse. Io ho visto il male che l’Uomo può generare, e tuttavia non rimpiango di essere vissuto in quei giorni: ricordo quando avevo sedici anni, e venticinque, e trenta… . Fino ad ora: io sono qui, e sono me stesso grazie a ciò che ho vissuto, nel bene e nel male, e ora che so che il mio futuro ormai si sta assottigliando, riesco a vedere il vero senso della vita: lo scoprirete anche voi, un giorno.. . Riesco a vedere il volto di mia madre, quello di mia moglie, ed è ancora bella, nonostante gli anni passati, e vedo ogni cosa con occhi nuovi. C’è una grandezza nell’essere umano che ci sfugge finché la morte non inizia ad alitarci sulla nuca, e in quel momento, vedete, vi rendete conto che non c’è nessun essere superiore, perché quel Dio è dentro di noi, e noi siamo Dio.
Il volto di mia moglie è più vivido, ora. Ho preso le pillole, non so quante, e mi sento già meglio.

Il Ponte (Parte 3)

Notte.

 

Dio mio, ho visto quello che temevo. Non esiste! Invece sì, per forza, l’ho visto! Maledizione, cosa diavolo era? COSA ERA QUELLA COSA? Sia maledetto B, in eterno, spero che bruci all’inferno: mi ha attaccato la sua malattia, la sua maledizione, ne sono sicuro. Aveva ragione, in tutto, quel bastardo! La realtà… . Non è una sola, e lì c’è uno strappo, lì il tessuto è liso, quasi trasparente, e qualcosa lo sa!

Sono andato lì, oggi pomeriggio, verso le sette. Il sole ormai si stava abbassando, e la luce filtrava attraverso gli archi del ponte, nella vallata scoscesa e infida, già oscurata. Ho riletto il cartello, e sono andato verso il centro. Ho guardato giù, e ho visto le rocce e i cespugli, e gli alberi neri. Qualche nuvola passava pigra sopra di me, e ho notato persino un capriolo che camminava stancamente in mezzo al boschetto. Poi… . Non lo so se lo posso scrivere… .

Qualcosa è apparso là in basso, proprio sopra le chiome degli alberi. Una fioca luce viola, turbinante. Ho visto chiaramente che i suoi contorni sembravano, non lo so, piegare l’aria, e la realtà stessa. Lì dove riluceva, non c’erano più alberi o piante, ma solo strani rami bianchi, simili a ossa, che ondeggiavano, si aprivano e si chiudevano. I cespugli erano scomparsi, e al loro posto c’erano dei massi enormi, sporchi di sangue, e le colonne che sorreggevano il ponte erano tutte incise. Milioni di parole, ripetute, e scritte in ogni lingua, antica e moderna, sconosciuta e non. La nuvola che scorreva pigra era diventata un miasma verdastro, putrescente, che sembrava piovere sangue. Al posto del capriolo, c’era un essere deforme, con le braccia più lunghe del corpo, seduto su un masso: la testa aveva dei tentacoli attaccati dove doveva esserci la bocca, e sembrava gridare qualcosa. Ero troppo spaventato, così sono caduto indietro, e ho picchiato la testa nel duro cemento del ponte. Mi sono rialzato, e ho visto la nuvola, bianca e pigra come precedentemente, che scorreva nel cielo, placida. Ho guardato in basso, nuovamente, e non ho visto niente. I cespugli c’erano, le colonne erano di mattoni, il capriolo era sparito e tutto era normale. Poi, di nuovo, quella voce maschile, profonda, che rideva sommessamente, e dietro, urla e gemiti. Mi sono guardato intorno, persino in alto, ma non c’era nessuno, nessuno!

La sera stava calando, e le prime stelle sorgevano all’orizzonte. Una di queste probabilmente era Venere, la stella che appariva per prima, e per ultima scompariva. Gli antichi la chiamavano Lucifero… . Mi stanno venendo in mente queste cose, perché quello che ho visto sembrava…non so…l’entrata dell’inferno.

 

3 Ottobre 2012.

 

Oggi non sono andato al mio studio: ho preso una giornata libera, mi sono sdraiato sul mio letto e ho chiuso gli occhi. Ho visto l’essere deforme con i tentacoli al posto della bocca, e ho riaperto gli occhi, spaventato. Mia moglie ha bevuto la storia della febbre improvvisa, ed è andata a lavorare. Oggi voglio scendere sotto il ponte, e vedere cosa c’è davvero. La voce si fa sentire sempre più spesso: qualche volta parla in una lingua sconosciuta, altre volte sembra aramaico, altre ancora, sento la sua risata folle. Stanotte mi sono svegliato e ho visto chiaramente un’ombra nera sul soffitto, sopra di me, imponente. È sparita improvvisamente, lasciandomi immobile dal terrore.

A proposito, un altro suicidio: le autorità hanno deciso di chiudere il ponte, e hanno iniziato la costruzione di un’altra strada, più a valle, per scongiurare eventuali scelte infelici. Questa volta si è trattato di un agente di polizia: dicono che fosse alcolizzato, ma io credo che qualcosa lo abbia toccato, come ha toccato me, il signor. B e tutti gli altri. Forse era lo stesso agente incaricato di cercare il disperso del bungee jumping.

 

Notte.

 

Sono stato là sotto, oggi pomeriggio. Il caldo del pomeriggio mi aveva sfiancato, ma una volta arrivato al ponte, il caldo è misteriosamente calato: non sta arrivando l’autunno, è solo che lì è sempre inverno! In quel luogo c’è la morte… . Ho posteggiato l’auto sul ciglio della strada, e mi sono inoltrato negli alberi. Il terreno era in discesa, e per evitare di cadere, mi sono aggrappato ai rami. Per due volte ho toccato qualcosa di molliccio e viscido: vermi. Qualche albero era marcio, altri…beh, erano fatti in quel modo. Viscidi e tetri. Ho continuato a scendere, e mi è parso di vedere un cespuglio che si muoveva, e un corpo che sfrecciava nel sottobosco. Una volpe? Ne dubito. Non c’erano uccelli cinguettanti, né mosche o zanzare, niente di niente. Il silenzio trionfava su tutto, mentre arrivavo al primo basamento del ponte. I mattoni erano rossicci, e vecchi, e non c’era nemmeno un graffito sconcio o una scritta tipo A+L= LOVE. Ho alzato lo sguardo verso la volta enorme della struttura: l’oscurità nascondeva il soffitto, ma le pareti verticali in penombra erano visibili, e lì ho scorto dei movimenti fluidi: QUALCOSA SI STAVA ARRAMPICANDO!

Era fisicamente impossibile: non c’erano appigli, e nessuno poteva correre su un muro verticale e sul soffitto celato dal buio. Mi sono allontanato, spaventato, e ho urtato il muro interno della struttura: dove prima non c’era niente, ora erano disegnati pentacoli, segni pagani e strisce rosse. Una candela rossa era attaccata alla parete, e la cera colava come sangue. Il cielo era violaceo, e i muri erano ricoperti di scritte: lessi almeno dieci lingue conosciute, dall’inglese, all’italiano, al latino, al greco antico. C’erano poi altri simboli, lettere di alfabeti lontani e dimenticati, forse più antichi della stessa umanità, quando la Terra non era altro che un ammasso informe di lava e roccia fusa. Da un cespuglio è uscito un serpente, ma la testa era vagamente umana, e poi ho visto due braccia fragili ai lati del corpo, che fremevano come ali di una cicala. Di fronte all’orribile spettacolo, sono fuggito a gambe levate, e solo allora ho visto l’enorme voragine che si apriva proprio sotto il ponte: era un enorme imbuto, e una luce rossa pulsava ritmicamente, in quel luogo impossibile. Ho scorto due mani adunche che uscivano da sottoterra, e fu abbastanza. In pochi secondi avevo già risalito la scarpata, ero infilato in macchina, ed ero scappato via più veloce della luce.

Quel luogo era l’entrata dell’inferno… .

Curiosità: sapete che i ponti, un tempo, venivano benedetti? Era un’usanza popolare che toglieva eventuali influenze oscure dalla struttura. I ponti collegavano due sponde, due luoghi diversi, e venivano visti come collegamenti verso qualcosa. In Italia esistono alcuni chiamati “Ponti del Diavolo”, e secondo le loro leggende, venivano eretti dal Maligno in una notte, o in poche ore, e prendevano strane forme. La gente non li usava, per paura di essere maledetti… .

Avete mai visto una porta antica? Ha sempre una volta, un arco in pietra o in legno che la sovrasta, come un ponte. Sotto un ponte c’è sempre una porta.

Sto parlando a vanvera… .

 

5 Ottobre 2112.

 

Credo di aver sbagliato la data. Pazienza, non ha importanza… . La voce è sempre più vicina: la sento dall’armadio, dal lavandino, nella radio e nel cellulare. Il signor B. non è mai arrivato a questo livello, credo, è morto prima. Buon per lui, ma io non ho intenzione di suicidarmi! Voglio cancellare quei pentacoli e tutti gli altri segni. Maledetti idioti adoratori del Diavolo, cosa avete fatto?! Con i vostri giochi, avete liberato qualcosa di reale!

E se, mentre cancello, quel serpente umano torna? E se quelle mani scheletriche portassero su tutto il resto del corpo? E se il padrone della voce uscisse allo scoperto? 230 metri di lunghezza e 80 metri d’altezza. 2+3+0+8+0=13… . 230 per 80 fa 18400. 1+8+4+0+0=13.

Dio mio… .

 

 

Dal giornale locale… .

 

 

NOTO PSICOLOGO SCOMPARE.

 

Ieri 6 Ottobre 2012, il noto psicologo A. scompare nel pomeriggio. Non ci sono messaggi o tracce che portino a lui. La polizia indaga, la moglie promette un appello ufficiale domani. Intanto la popolazione del paese si stringe… .

 

 

 

MOGLIE DELLO PSICOLOGO SI GETTA DAL PONTE.

 

Ieri 23 Novembre 2012, la moglie dello psicologo A. ormai scomparso da più di un mese, si getta dal ponte della cittadina, ormai chiuso da tempo. Non sono serviti i cancelli di sicurezza, né le reti protettive: la donna ha tagliato la maglia metallica e ha oltrepassato le sicurezza, e si è gettata nella vegetazione, a ottanta metri di altezza… .

 

IL PONTE DEI SUICIDI VERRA’ CHIUSO. RICHIESTA DEMOLIZIONE.

 

28 Dicembre 2012. Il ponte dei suicidi, chiuso ormai da più di due mesi, rimane meta delle povere vittime che non hanno più niente da perdere, se non la vita. Altri tre suicidi dopo quello della moglie dello psicologo. La polizia indaga ancora sulla scomparsa del noto abitante della cittadina, ma non ci sono ancora tracce da seguire. In città è nato un movimento che chiede la demolizione del ponte, ma molti si oppongono al progetto, a causa della complessa costruzione e dell’elevato valore storico… .

 

TROVATI RESTI UMANI SOTTO IL PONTE DEI SUICIDI. UNA VITTIMA DIMENTICATA?

 

 

26 Gennaio 2013. Il ponte dei suicidi non è stato demolito, ma la sua storia è ormai famosa in tutti i paesi limitrofi, e ieri, una nota si è aggiunta al suo repertorio. Sono stati ritrovati infatti resti umani tra i cespugli, sotto la volta della costruzione: resti di qualche suicida dimenticato? La questura apre un’indagine, ed è stata nominata una squadra di esperti che lavorerà persino di notte sotto il ponte e… .

[il resto del giornale è stracciato]

 

Il Ponte (parte 2)

27 Settembre 2012.

Non ce l’ho fatta. Il mio lavoro è stato un fallimento totale, il mio primo fallimento lavorativo. Sono a pezzi, lo ammetto. Si è buttato. Così, improvvisamente. Ieri si è gettato un altro, prima di lui: forse quel gesto ha attratto il signor B, che ha deciso di seguirlo il giorno dopo. Maledizione! Mi ha chiamato la sorella, e mi ha annunciato la triste morte, e non mi sono trattenuto dall’imprecare. Sono andato al suo funerale, i suoi parenti mi hanno ringraziato ugualmente, e poi me ne sono andato. Mi sono recato al ponte: il posto era deserto. Mi sono reso conto che nel corso del pomeriggio, non è mai passata un’auto, un camion, qualche persona che faceva jogging. Niente di niente. Eppure il ponte porta al di là della valle, verso l’interno delle colline… . Sono rimasto a guardare il cartello che indica più o meno le sue misure: duecentotrenta metri di lunghezza, ottanta d’altezza. Mi sono ritrovato a sommare le cifre dei due numeri, e il risultato è stato tredici. Li ho moltiplicati, e il risultato è diciottomilaquattrocento. Ho sommato le sue cifre, ed è sempre tredici. Come mai ho fatto una cosa simile? Non lo so, ma in psicologia, si chiama “comportamento ossessivo-compulsivo”. L’inconscio è veramente strano… .

Mi sono fermato nel punto più alto, ovvero al centro della struttura, il luogo da dove si gettano coloro che non hanno più remore. Ho guardato in basso e le vertigini mi hanno assalito. Mi sono appoggiato al muretto e ho guardato dietro di me, dove c’era la mia auto, ancora accesa. L’aria era pesante, il sole non scaldava come qualche giorno prima, l’autunno stava arrivando. Mi sentivo soffocare, devo essere sincero, così sono tornato alla macchina. Lì ho sentito un sussurro, me lo ricordo chiaramente, un qualcosa come salve dottore. Sono trasalito, poi ho visto la radio accesa e ho sorriso: sto diventando come il compianto signor B.

Sto scrivendo adesso, a mezzanotte precisa. Ormai è il 28 Settembre, ma lo scrivo qui ugualmente. Oggi è stata una giornataccia, sono stanco, e la stanchezza gioca brutti scherzi. Stavo dormendo, e ho sentito una voce profonda esclamare: vieni al ponte. Mi sono alzato di scatto, mezzo addormentato, ma casa mia è deserta, e vivo da solo. Uno strascico del sogno? Non ricordo cosa stavo sognando, ma mi sembra una scusa plausibile. Credo che dormirò… .

2 ottobre 2012.

C’è qualcosa che non va. Lo sento. Non riesco a concentrarmi al lavoro, non riesco a dormire… . Odio il cellulare, la televisione, il telefono, qualsiasi cosa emetta qualche voce. Qualcuno mi sta facendo uno scherzo: sento delle voci. C’è quella maschile, che mi chiede di andare al ponte, poi ce ne sono altre, imploranti, urlanti, rabbiose. Femminili e maschili, ma la prima voce… . Comincio a credere che ci sia davvero qualcosa di strano sotto quell’antico ponte. Questa sera ci vado, ho deciso. Voglio vedere se riesco a liberarmi da questa allucinazione…

Il ponte (parte 1)

Il ponte

20 settembre 2012.

Oggi, 20 Settembre 2012, ho avuto in analisi il signor B. È entrato nel mio studio con uno sguardo assente, occhi persi nel vuoto, passi lenti e pesanti, e si è messo a sedere sulla sedia più vicina. Gli ho chiesto per cosa era venuto, qual era il suo problema, e mi ha fissato con uno sguardo sofferente. Ho aspettato un pò, sapendo che la prima volta, i pazienti non si lasciano andare in monologhi noiosi sulla loro vita: valutano lo psicologo, cercano di capire se è degno di ascoltarli, e soprattutto di consolarli e capirli. Ormai li conoscevo, facevo questo lavoro da anni, e quell’uomo non mi sembrava diverso dagli altri.

Dopo qualche minuto, ha parlato: trascrivo qui i suoi discorsi che ho registrato durante la seduta.

-“Salve, mi chiamo B. . Ho deciso di venire qui perché non ne posso più… . Ho provato ad allontanarmi, ma lo sento ugualmente; ho provato a ragionarci, ma non ne vuole sapere… .”

-“di chi sta parlando?”

L’uomo mi fissava con uno sguardo diffidente:

-“non mi crederebbe mai… . Ho fatto male a venire qui!”
Si era alzato e se ne stava andando, ma l’avevo fermato in tempo:

-“ascolti, mi spieghi la sua situazione e io valuterò tutto con impegno e oggettività. Si liberi, si sfoghi, e poi tocca a me, d’accordo? A volte basta parlarne e siamo molto più tranquilli e soddisfatti… . Si rimetta a sedere, adesso… .”

L’uomo era convinto: si era rimesso a sedere e stava per ricominciare. Fissava il soffitto con occhi stralunati, mentre raccontava:

-“ho fatto di tutto, ma non ne vuole sapere di darmi spiegazioni, così sono venuto da lei… .”

-“chi è la causa dei suoi problemi?”
-“il ponte alla periferia della città… .”

Il ponte a cui alludeva il paziente, era una bella costruzione di pietra, antico, che univa i versanti di due colline. In mezzo c’era uno strapiombo di ottanta metri, che finiva in mezzo alle rocce e ai cespugli. Un ponte come tutti gli altri, ed essendo posto in quel luogo, era purtroppo teatro di numerosi suicidi. Le vittime si lasciavano cadere nel vuoto, andando incontro ad una morte terribile. Scrissi rapidamente la parola PONTE sul mio taccuino, poi mormorai:

-“si spieghi meglio… .”

-“dottore, quel ponte… . Lo so che è una pazzia, ma sembra…che mi stia attirando… . Capisce?”

Avevo annuito, e già mi si stava formando un quadro generale del paziente B. : probabile schizofrenia paranoide; probabilmente qualcosa gli aveva causato allucinazioni e nel suo inconscio era apparsa l’idea di suicidarsi, e quel ponte… . Beh, in effetti una parte di lui voleva andare lì per compiere l’estremo gesto, ma fortunatamente l’altra parte prevaleva, quella attaccata alla vita. Avevo sorriso cordialmente:

-“interessante, continui… .”

Il paziente aveva annuito, più rilassato: forse credeva che l’avrei cacciato dopo una simile frase, chi lo sa.

-“mi sveglio la notte pensando a quel posto, non riesco a concentrarmi nel lavoro, e…sento la voce.”

-“come?”
-“la sua voce, dottore. Mi parla… . Frasi brevi, concitate, talvolta qualche risata, ma lo sento. Non sono pazzo, dottore: ricordo ancora un sacco di cose, svolgo bene il mio lavoro, e non mi lascio andare in gesti sconsiderati o frasi sconnesse.”

Se non si considera queste. Pensai mentre scrivevo altro nel mio taccuino. Mi alzai e gli detti la mano:

-“senta, torni la prossima volta, e vediamo di scendere ancora più giù nei suoi pensieri: io credo che qualcosa l’abbia sconvolta, e adesso la sua mente è divisa in due parti contrapposte. Una, la più fragile, sta cercando di convincerla a compiere l’estremo gesto, ma l’altra, la più razionale, la sta frenando. A questo punto… .”

L’uomo mi aveva bloccato, gridando:

-“non sono io! È il ponte! Quelle voci non sono mie, la risata non è mia, è lui!”
-“si calmi, per favore! Prenda questo biglietto da visita e mi chiami in caso di problemi. Lo faccia!”
L’uomo mi aveva guardato rabbiosamente, aveva preso il biglietto e se lo era messo in tasca frettolosamente. Mentre se ne andava, avevo quasi gridato:

-“e torni lunedì!”
Questo caso mi affascina, devo essere sincero. Quest’uomo sembra avere quasi il leggendario sdoppiamento della personalità! Spero che torni, voglio approfondire il suo caso.

24 Settembre 2012.

Oggi è successa una cosa curiosa, che non so spiegarmi. Riguarda B. . quell’uomo mi ha incuriosito, e forse sto sottovalutando il suo problema. Il suo caso si complica: oggi è tornato, e quando l’ho visto, ho sorriso come un bambino di otto anni. Si è messo a sedere e ha esordito con una frase che mi ha gelato il sangue nelle vene:

-“ho provato a suicidarmi oggi pomeriggio.”

La penna si era fermata e l’avevo fissato, cercando di capire se stava mentendo o no. Mi sembrava sincero:

-“cosa l’ha fermata?”

-“il suo biglietto. Mi stavo per gettare dal ponte, e avevo deciso di farlo con le mani in tasca, per evitare di metterle in avanti durante la caduta. Non so come mai avevo deciso così… . Ho sentito il cartoncino, ho visto il suo nome e la voce è sparita. Scomparsa! L’ho gettato nel vuoto e ho sentito un grugnito, e non ero io. Qualsiasi cosa ci sia là, sembra che lei gli stia antipatico!”

Ha fatto un mezzo sorriso, mentre io valutavo il suo discorso: a quanto pareva la sua parte suicida stava crescendo, e se non lo avessi fermato, alla fine avrebbe trionfato.

-“signor B. , lei è sicuro di queste voci? Sono qui in questo momento?”
L’uomo mi aveva guardato, sospettoso, poi aveva annuito:

-“ci sono, ma sono lontane, smorzate… . Qui non ha molto potere, forse perché lei…può salvarmi. Non lo so il motivo!”

-“signor B. , dobbiamo spingerci oltre: se queste voci fossero vere, perché io non riesco a sentirle?”

-“non so neanche questo, ma le garantisco che posso sentirle anche ora, e non ci sono radio, cellulari o persone nelle vicinanze.”

Qui risiede il curioso caso di oggi: mentre riascoltavo il registratore, e trascrivevo le mie parole e le sue in questo quaderno, mi è parso di sentire qualcosa di…strano. Ho riavvolto il nastro e l’ho riascoltato: c’era qualcosa, un suono cupo. Ho ripetuto il gesto altre tre o quattro volte, e alla fine mi sono ritrovato con l’apparecchio sull’orecchio. C’era qualcosa, lo ammetto. Una voce cupa, che diceva qualcosa tipo il dottore non può salvarti. Devo ammettere che mi ha spaventato, poi ha prevalso la ragione, e in effetti la spiegazione può essere semplice: è stato il signor B: la sua parte malata è entrata in azione, e non mi sono accorto del suo tono diverso e della frase che ha detto. Un vero caso di sdoppiamento della personalità! Sono eccitato, lo ammetto, simili casi non si trovano tutti i giorni, e la psicologia sa molto poco su ciò. Mi piace addentrarmi in questi misteri! Comunque sia, la conversazione non era finita lì. Gli avevo chiesto chi fosse quella voce, secondo lui, e lui mi ha risposto qualcosa uscito dritto dritto da un romanzo di Stephen King:

-“non ne ho idea, dottore, ma so certamente una cosa: non è umana, o meglio, non lo è mai stata. Secondo me non è neanche di questo universo… .”

-“si spieghi, per favore… .”

B. si era quasi alzato dalla sedia, determinato, e aveva mormorato:

-“noi siamo convinti che questa sia l’unica realtà esistente… . Ma provi a immaginare altre realtà, altre dimensioni possibili. Conosce il fisico Hugh Everett III? Nella sua tesi di dottorato, ipotizzò l’esistenza di infinite dimensioni parallele. Ogni misura quantistica, affermava, porta alla divisione dell’universo in tanti universi paralleli quanti sono i possibili risultati dell’operazione di misura. Affascinante, vero? E anche impossibile da capire, per una persona come me. Ma se ciò è vero, pensi quante realtà ci sono in questo momento! Everett aggiunse che tali realtà sono impossibili da raggiungere, ma se si fosse sbagliato? Immagini la realtà come un tessuto che copre il nostro universo… . In alcuni punti, il materiale può essere liso, o sfilacciato, o sul punto di strapparsi… . E se, qualunque cosa ci fosse al di là, si accorgesse di questa debolezza? Se gli abitanti delle altre dimensioni fossero a conoscenza di questi “punti caldi”? Io credo che quel ponte sia uno di questi: c’è qualcosa lì, dottore, qualcosa di cattivo, di diabolico… .”

-“Signor B, certamente saprà che simili teorie fisiche non possono essere prese alla lettera… . Se la realtà, come dice lei, si strappasse in quel luogo, cosa succederebbe?”

-“qualunque cosa ci sia in quel posto, non brama altro che vite umane, dottore… .”

-“per quale motivo?”

-“come faccio a saperlo? Forse perché è malvagio, forse perché si ciba delle anime degli sventurati, forse perché si diverte… .”

La conversazione si era spenta lì, e il tempo era finito. Gli avevo dato un altro biglietto da visita, con la promessa di farsi rivedere.

Ah, un piccolo extra: un altro suicidio al ponte della città. Se è stato un suicidio… . Voglio dire, forse è stato un incidente: un uomo si è gettato con tutte le protezioni e l’elastico, come si chiama… . Bungee jumping, credo, sì! Si è gettato nel vuoto, ha rimbalzato, l’elastico è tornato indietro…ma l’uomo non c’era. Tutti i lacci, tutte le protezioni, ma nessuna traccia dell’uomo, come se in fondo al baratro, avesse deciso di slacciarsi la cinghia e di farla tornare in alto. Gli uomini di legge lo stanno cercando, vivo o morto, ma non c’è traccia di lui. Continuo a pensare al signor B: uno strappo della realtà… .