L’interrogatorio (Jessica Derbert, Frammenti di Tenebra)

L’interrogatorio

Un uomo era seduto davanti a lei. La fissava con occhi penetranti: due pietre nere impassibili. Erano in un seminterrato abbandonato: una lavatrice arrugginita, ormai inservibile, serviva da ripiano per alcuni utensili scintillanti; le pareti erano grigie e spoglie, tranne per una macchia di umidità nell’angolo a nord. Un essere umano non avrebbe potuto resistere lì dentro a lungo: la muffa cresceva sul soffitto in macchie verdastre e dei polmoni normali rischiavano di assorbire le spore, con conseguenti pericoli per la salute.

Ma non tutti gli occupanti erano umani. Lei stessa non lo era, da almeno vent’anni: conservava ancora il corpo di una ventenne, ma lo spirito era sui quaranta. Considerando il suo viaggio travagliato, gli anni salivano esponenzialmente. Era una creatura saggia e riflessiva, ma compensava quelle qualità con la violenza e l’assenza di pietà.

A vent’anni quello che era il suo ex ragazzo l’aveva pugnalata con un coccio di bottiglia rotto. Aorta tranciata, emorragia incurabile; era stata salvata da un ragazzo giovane, che aveva in realtà almeno quattro secoli e mezzo.

Vampiro.

Mentre era incosciente, aveva trasferito parte del suo sangue nel corpo di lei: le cellule aliene avevano preso il sopravvento, il corpo era mutato e i tessuti si erano ricomposti grazie alle loro straordinarie qualità paranormali. Era svenuta come umana e aveva riaperto gli occhi come mostro.

Anche la mente ne aveva risentito: la potenza di cui disponeva e i poteri che ancora padroneggiava a malapena la spingevano a ritenersi quasi un dio. E un dio buono faceva rispettare sempre la giustizia.

Era sfuggita al suo salvatore e aveva ucciso il suo assassino. Quando il vampiro l’aveva trovata, voleva costringerla a nascondersi e a meditare sui suoi sbagli, ma lei ne aveva abbastanza delle parole.

Era scappata, lontano da colui che le aveva permesso di vivere ancora e da tutti i problemi che lo affliggevano.

Aveva viaggiato nel mondo, imparando quel che poteva fare e quali erano i suoi limiti. Vent’anni, tra Stati Uniti, Giappone, Europa… . Un unico scopo: giustiziare i criminali non processati, lasciati liberi dai cavilli burocratici o semplicemente evasi.

Aveva visto alleati morti, nemici trionfanti, fughe miracolose. Ma era ancora viva e mai aveva pensato di tirarsi indietro: c’erano lati della giustizia che le leggi umane non potevano lambire, così entrava in gioco, talvolta sotto contratto, talvolta per volontà personale.

In quell’istante era legata da due catene di acciaio nuove di zecca; i pantaloni neri erano strappati in alcuni punti e la maglietta grigia era costellata di macchie rosse: le avevano sparato qualche proiettile speciale, che non si vende in bella vista nelle armerie umane. I proiettili erano in metallo, ma all’interno possedevano un’anima in legno. Le proprietà del materiale organico le impedivano la rigenerazione, al contrario delle comuni pallottole metalliche.

Le avevano lasciato alcuni proiettili nel corpo per indebolirla ed evitare così che potesse liberarsi.

L’uomo continuava a fissarla, finché l’unica porta della stanza si aprì: entrarono diversi individui, ma uno solo era vestito diversamente. Il completo bianco risaltava in mezzo agli abiti scuri degli altri; doveva essere il capo:

-“Jessica Derbert, giusto?”

La ragazza non rispose. Accavallò le gambe e i suoi occhi azzurri trapassarono lo sguardo di lui.

-“Non parli, vero? Ti faremo parlare, molto presto… .”

Accarezzò i capelli corvini di lei, che si scansò rabbiosamente.

-“Oh oh, siamo furiosi, giusto? Non ti aspettavi un’accoglienza così preparata… .”

-“Qualche uccellino ha cantato… .”

L’uomo si fermò dall’altra parte del tavolo e annuì:

-“Nella mia città non puoi nascondere niente che non arrivi qui, nella mia casa. Niente di importante, almeno… .”

Le catene erano legate alla sedia di legno e uno scagnozzo teneva saldamente le estremità. Pessima idea: mai tenere prigioniero un vampiro quando le guardie sono umane.

Lo sguardo saettò sui presenti: il capo e l’uomo che la fissava erano davanti a lei; tre brutti ceffi alla sua destra, uno dietro di lei e due alla sua sinistra. Otto umani contro un vampiro: uno scontro facile.

Le pistole erano riposte nelle rispettive fondine. La sua era sulla lavatrice distrutta, insieme ad un coltello con la lama in acciaio e l’anima in legno, creato per un unico scopo: uccidere altri mostri. E nel mondo governato dagli umani, i vampiri non erano l’unica specie notturna.

-“Chicago non è una città come le altre, Jessica. Non fuggirai senza lasciare traccia né sparirai senza qualcuno alle tue calcagna. Ho saputo cosa hai fatto a Cleveland e a Detroit, le due persone che hai ucciso erano colleghi e amici.”

-“Non mancheranno a nessuna persona onesta di questo mondo, puoi credermi.”

Le catene stavano stringendo sempre meno; l’uomo dietro di lei stava abbassando la guardia. Il suo respiro affannoso esalava tanfo di paura e nervosismo. La stanza era satura e lei lo avvertiva. Il capo era il solo ad apparire calmo:

-“Sei diventata famosa in questa zona, lo sai? I telegiornali parlano di un giustiziere implacabile che ha sterminato due bande criminali. Una notizia da prima pagina, sei felice?”

Estrasse la pistola e sparò all’addome. Jessica grugnì: un altro proiettile di legno.

-“Sappi che qui non raggiungerai alcuna fama, signorina… . La tua carriera termina qui!”

Jessica rise e i presenti si irrigidirono: era una risata arida, non adatta ad un volto giovane come il suo. Le due gemme azzurre che aveva al posto degli occhi sparirono quando lei chiuse le palpebre, poi si riaprirono di scatto: colpì lo schienale della sedia con i gomiti e sfondò il materiale. Le catene si strinsero intorno alle schegge rimaste e la vampira allargò le braccia con una forza inaudita. L’uomo dietro di lei si lasciò sfuggire la presa e vide solo l’estremità di una catena che gli arrivava da sinistra, frantumandogli lo zigomo. Ruotò a mezz’aria e cadde sul pavimento, intontito. Jessica lanciò una catena verso i due sulla sinistra e ad uno sfuggì la pistola; i tre sulla destra estrassero le armi, ma lei era già su di loro: il più vicino si schiantò sulla parete con l’impronta di uno stivale sul volto; il secondo puntò la Colt, ma la mano di lei gli spostò il braccio verso il collega accanto, ancora intento a prendere la mira. Un buco sanguinolento apparve sopra l’occhio destro del criminale, che indietreggiò e si appoggiò al muro, con gli occhi spenti. Il capo e il suo braccio destro spararono e colpirono il loro compagno. Jessica prese la sua pistola e gettò a terra il cadavere, sparò al primo tizio che aveva preso il calcio nel volto e si tuffò di lato, dietro la lavatrice, evitando gli altri spari. Inserì due dita nella ferita e tirò fuori il proiettile sanguinolento; subito il foro sparì. Riuscì a ripetere il procedimento con altre tre ferite prima che uno dei nemici facesse capolino. La pistola di Jessica lo centrò in un occhio e il corpo fece una piroetta prima di cadere a terra. Il tizio con lo zigomo rotto gridava, cercando di rialzarsi, mentre i tre superstiti si riorganizzavano: il capo aveva raccolto un’altra rivoltella, mentre gli altri due stavano ricaricando.

La vampira gettò l’arma rubata e prese la sua pistola insieme al coltello. Era così che combatteva, sia contro gli umani sia contro altri mostri.

-“Siamo in tre, vampira. Puoi ucciderne uno, ma ti ritroverai piena di buchi: arrenditi!”

-“Sfortunatamente per te, sono dura a morire!”

Spinse l’elettrodomestico con la spalla e con un grido di furore la sollevò, lanciandola sui tre, che si scansarono tra grida e offese. Il quarto compagno, quello con lo zigomo rotto, sollevò lo sguardo per vedere la sua stessa fine: la lavatrice gli schiacciò la testa e dopo qualche fremito, il corpo si fermò.

Jessica saltò sul tavolo e con un calcio disarmò uno dei tre. Sparò all’altro ed evitò una pallottola del tizio in bianco.

Aggiustò la mira e premette il grilletto, ma l’arma protestò: era scarica.

Il capo sorrise, il suo braccio destro no: sgranò gli occhi mentre lei si lanciava su di lui e infilava la lama nella gola. Gorgogliò e tentò di estrarre l’arma, ma ormai era spacciato. Il pugno dell’ultimo superstite la centrò alla tempia, mandandola a sbattere contro uno dei cadaveri.

La stanza era un macello: il sangue aveva imbrattato pareti, soffitto e pavimento. Dalla lavatrice usciva materia organica e i bordi del tavolo erano colorati di rosso. Lei stessa aveva i vestiti insanguinati e la camicia bianca di lui non sarebbe più stata candida, neanche con mille lavaggi. L’uomo guardò i suoi scagnozzi con occhi sgranati:

-“Tu non sei una ragazza; sei un mostro sanguinario!”

Gettò via la pistola scarica ed estrasse il coltello di Jessica dalla gola del suo braccio destro:

-“Conosco le leggende: un paletto nel cuore o la decapitazione!”

Ciò che diceva era vero: un vampiro era spacciato se un paletto di legno gli spaccava il cuore, così come la decapitazione. Ma anche lo smembramento sarebbe stato fatale: la perdita eccessiva di sangue portava comunque alla morte dell’essere vivente o non-morto.

Jessica si rialzò e strinse i pugni:

-“Non ho bisogno di un coltello per ucciderti, avanti!”
L’uomo ringhiò e tentò un assalto: la lama puntava al collo, ma la vampira si abbassò e con un pugno allo sterno lo fece indietreggiare di qualche metro. Jessica lo spinse contro la parete, lo disarmò e lo agguantò al collo:

-“Io porrò delle domande e tu risponderai!”

Lui non rispose. Lo schiacciò alla parete varie volte finché annuì:

-“D’accordo… .”

-“Bene. Cosa sai dei Cacciatori?”

Gli occhi di lui guardarono il pavimento:

-“Niente… .”

Jessica prese la mano sinistra e gli spezzò l’indice. Gridò agitando il braccio, ma lei lo bloccò:

-“Stai mentendo! I tuoi amici di Cleveland e Chicago erano in combutta con loro e tu eri nelle loro liste! Ora dimmi la verità o ti spezzerò un altro dito!”

-“Va bene, va bene… . Sono un’organizzazione molto potente e ricca di risorse: hanno contattato le nostre…società svelando la vostra esistenza. Ci hanno spedito una lista di nomi con l’obiettivo di eliminarli fisicamente: uomini, donne, vampiri, licantropi, streghe…”

-“E così sei arrivato a me?”
Scosse la testa:

-“Sono stati i miei colleghi a mettermi in guardia su di te. Sei diventata famosa nella costa orientale statunitense e molti ti stanno cercando. Pagherebbero molto per avere la tua testa.”

-“Chi mi sta cercando? Sono umani o altre creature?”

-“Entrambi. C’è un vampiro che, secondo i miei informatori, ti sta cercando da molto tempo.”

Sapeva di chi stava parlando:

-“È il mio creatore, James Eifirch.”

-“Non conosco il nome, ma so che ha fatto molte domande su di te e segue la tua scia di…sangue.”

-“Il passato è passato, ormai.. .”

Non era vero. Lei e James erano stati intimi, si erano amati per un breve periodo e quel che era nato si era ridotto ad un’ombra sempre presente.

Al piano superiore si udirono dei passi e Jessica si allarmò: posò l’uomo in bianco e tese l’orecchio. Non sentì altro, ma era certo che ci fosse qualcuno oltre a loro:

-“Aspettavi qualcuno?”

-“No, la casa è abbandonata… .”
Le orecchie della vampira captarono dei passi impercettibili sulle scale. Jessica si scansò in tempo prima che il battente di legno si riempisse di buchi. L’uomo in bianco fu più sfortunato: cinque o sei pallini di metallo lo centrarono sul volto e lo adagiarono accanto ad una gamba del tavolo.

Meglio a te che a me… .

Si nascose dietro la parete con la sua pistola e aspettò. La porta si aprì lentamente e la canna di una doppietta fece capolino.

La vampira allungò la mano, prese l’estremità dell’arma e la sollevò. Il fucile fece fuoco e parte dell’intonaco del soffitto cadde sulle teste dei due; Jessica tentò di strappare l’arma di mano, ma lo sconosciuto la tenne saldamente.

Non è umano, non potrebbe reggere alla mia forza.

Il calcio del fucile la centrò all’addome, ma la vampira riuscì a tirarlo lontano. Estrassero i coltelli contemporaneamente e li puntarono contro le rispettive gole: il tizio era calvo, aveva uno spolverino marrone e stivali di pelle. I suoi occhi erano neri come la pece, segno caratteristico del licantropo. Si fissarono, silenziosi, poi lui sussurrò:

-“Qual è il tuo nome?”

-“Non ha importanza. Tu chi sei, invece?”

-“Nessuno di importante. Sono qui per condurti in cella per aver attentato all’organizzazione.”

-“Sei un Cacciatore?”

Portò la mano alla cintura e Jessica avvicinò il coltello alla sua gola.

-“Tranquilla, sto solo prendendo… .”

Si mosse veloce per prendere delle strane manette, ma lei affondò la lama nel braccio e indietreggiò. Dalla cintura cadde un distintivo con uno strano simbolo: un drago che si mordeva la cosa. Ouroboros? Forse.

Lo spinse contro i cadaveri degli umani e fuggì dalla casa.

Ne aveva avuto abbastanza di Chicago: era tempo di tornare sui suoi passi. Conosceva il vero significato dell’Ouroboros ed era intenzionata a tornare là dove lo aveva visto per la prima volta. Quel Cacciatore l’avrebbe seguita e la prossima volta lo avrebbe ucciso senza rimorso. Nel distintivo c’era scritto un nome: Jonas Lewiston. Se fosse tornato alla carica, quel nome sarebbe stato scritto su una lapide.

[Questo è il primo racconto brevissimo che intendo scrivere sul mondo che sto creando. Nei prossimi mesi ho intenzione di pubblicare altre storie del genere che hanno come protagonisti i personaggi che interpretano il mio prossimo romanzo “Frammenti di Tenebra – Due Cuori e una Vendetta”; Jessica Derbert è stata la prima e spero vi sia piaciuto il suo carattere scontroso e cinico.]

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