Fotografie (parte 2, fine)

…..Non sa come si è ritrovato lì. Come in tutti i sogni, osserva la scena, distaccato, come se fosse nient’altro che un sospiro nel vento. È un locale ombroso, quello in cui si trova, e a fatica scorge le persone che parlano sottovoce, in mezzo a scatoloni e roba vecchia. Sembra una soffitta, o un seminterrato: quei luoghi che raccolgono tutto ciò che le persone ritengono ormai inservibile, quei luoghi in cui il silenzio regna sovrano e gli oggetti giacciono inanimati per anni, in un’oscurità densa e soffocante. L’odore non è dei migliori: oltre all’odore di muffa e di vecchio, ce n’è un terzo, più subdolo, che non vuole farsi riconoscere. Josh lo avverte, nonostante non abbia un corpo e l’ansia lo attanagli. Quell’odore si avverte nelle tombe, nei mausolei sprangati e abbandonati da famiglie ormai sterminate, nelle case abbandonate che hanno vissuto emozioni strazianti. Josh lo avverte anche con l’anima e capisce che qualunque cosa sia stata adagiata in quella soffitta, o seminterrato (non ci sono finestre, non capisce in quale parte della casa si trova), possedeva qualcosa, un’emozione molto potente. Magari un oggetto che aveva vissuto con il suo padrone per anni, forse, che aveva immagazzinato tutti i suoi sentimenti e le sue emozioni, solo che non erano sentimenti buoni, o emozioni positive. Il proprietario era una persona triste, sola, con un lato oscuro nel suo animo. Come accade nei sogni, Josh capì che ci aveva azzeccato.

Quelle due persone chiuse in quella stanza, sono un uomo e una donna. Josh si avvicina e avverte la rabbia e la paura, odori pungenti nel suo naso “spirituale”. La donna piange, l’uomo continua a parlare. Josh sa che è suo marito, che lei lo ha offeso davanti a tutti per quello che ha osato fare, che la pagherà in qualche modo. E vede anche cosa pensa l’uomo, nota le immagini sulla sua testa, come un fumetto anni Cinquanta in bianco e nero. Una festa, risa e suoni musicali, l’uomo ride con i suoi amici, o forse colleghi, la donna spunta dal nulla e scatta una foto. I colleghi smettono di sorridere, l’uomo diventa paonazzo e spinge via la donna, stupita. C’è qualcosa nei loro indumenti che Josh inizialmente non nota, poi capisce che non sono contemporanei: a occhio e croce, siamo negli anni Quaranta, magari con la guerra in corso. Il fumetto scompare improvvisamente, quando l’uomo la strattona e la spinge contro una parete di legno. La donna grida e Josh capisce cosa è successo, anche se non sa spiegarsi come sia possibile.

Gli amici dell’uomo avrebbero dovuto fruttare a quest’ultimo molto denaro, per qualcosa che Josh non riesce a intravedere, forse terre e campi fiorenti… . Uomini di campagna, uomini che si erano arricchiti sulle spalle dei poveri contadini, che fingevano di essere diversi, di essere cittadini superiori, piccoli borghesi di provincia. Ma le superstizioni, nonostante fossero nel XX° secolo, erano dure a morire. Josh sapeva bene che a fine Ottocento, anche negli stati più progrediti e moderni, esistevano ancora persone che rifiutavano il progresso e lo comparavano al Diavolo. Uomini poco dotti o radicati su pensieri fuorvianti che vedevano il motore a vapore come un’offesa a Dio e all’Uomo che sapeva stare al suo posto nell’Universo.

E anche la fotografia aveva subito lo stesso amaro percorso: alcuni affermavano che le persone fotografate correvano il rischio di radiazioni o di altri effetti nocivi, talvolta mortali. Altri, più dediti al mondo spirituale, o semplicemente rimasti indietro al tempo dell’Inquisizione, affermavano certamente che la macchina fotografica arrivava, certe volte, persino a rubare l’anima.

Ai giorni nostri, queste stupide superstizioni sono ormai morte e sepolte, persino tra le tribù quasi primitive della Nuova Zelanda o dell’Africa; ma cinquant’anni prima, nelle regioni estreme del mondo, o semplicemente nei luoghi isolati, dove il progresso faticava ad arrivare, c’erano ancora persone che credevano fermamente al Male nascosto nelle nuove tecnologie.

Capisce che quell’uomo ha perso i suoi affari e legge odio e avidità nei suoi occhi, persino nella sua anima.

E quando colpisce la donna, forse sua moglie, o sua sorella, o magari la figlia, chissà, spingendola contro la parete e facendola cadere, Josh prova a muoversi, ma le gambe non rispondono al suo comando. A terra, l’aggressore continua a colpirla ininterrottamente, mentre la vittima tenta di difendersi e scalciare. La disperazione sale in quella stanza, Josh ne sente il fetore. I contorni delle cose iniziano a sfumare, così come le persone, ma prima che Josh si svegli, può vedere l’uomo che strappa dal collo della donna un oggetto, e inizia a colpirla sulla faccia con quest’ultimo. Josh non riesce a vedere di cosa si tratta, ma lo capisce mentre ormai tutto sparisce nelle tenebre. L’oggetto sembra rompersi, e qualcosa cade lontano dai due. Mentre la scena del probabile omicidio svanisce, Josh vede un rullino che rotola libero nella penombra della stanza. Lì rimane, mentre a pochi metri di distanza, un uomo uccide una donna.

La mattina accolse Josh con il sole negli occhi. Si alzò dal letto e si accorse che aveva dormito con i vestiti del giorno scorso. Scosse la testa, disorientato e con un principio di mal di testa, e cercò la foto. Era sul comodino, innocua, ma a Josh ricordò il tronco che galleggia nelle paludi, e che si rivela essere poi un coccodrillo famelico.

È cambiata ancora?

Non si avvicinò, non voleva guardare. Sapeva che sarebbe impazzito se avesse visto qualche cambiamento. Scese dal letto, e prima di fare colazione, andò alla parete e guardò che giorno era dal calendario che teneva sopra la scrivania, vicino il finestrone.

Il lavoro si trascinò lento e inesorabile fino al tardo pomeriggio. Gli chiesero come stava, perché mai era così stanco e pallido, ma Josh dette loro poche spiegazioni, rapide ed essenziali. Bugie, insomma.

C’era un collega che lavorava proprio accanto al suo ufficio, con il quale aveva una certa confidenza, maggiore rispetto a tutti gli altri. Il suo nome era Stephen… . Il cognome gli sfuggiva sempre, si ricordava solo che era sposato con Allison, e aveva due figli a giro nel mondo.

Abitava in un condominio a New York e sembrava una persona a posto. Quel giorno, Stephen notò le borse sotto gli occhi e lo sguardo assente di Josh. Quando gli chiese come stava, Josh rispose dopo qualche secondo, come se parlasse da un telefono distante migliaia di chilometri: un rullino, una foto strana e un sogno inquietante. Stephen rise e gli consigliò dei sonniferi, ma lo sguardo di Josh era maledettamente serio, così gli chiese maggiori dettagli e lui raccontò tutto. Alla fine della storia, Stephen capì che il suo collega era sull’orlo di una crisi di nervi e per calmarlo, gli propose di gettare via la foto e il rullino. Evidentemente qualcosa lo aveva turbato, complice la stanchezza e lo stress. La sua mente ne stava pagando le conseguenze.

Josh non ascoltò granché del discorso dell’amico, preso dai foschi pensieri che turbinavano nella sua mente. Forse aveva visto male? Non poteva che essere la verità. Una foto che si muove, andiamo… . Benvenuti ai Confini della Realtà, prossima fermata, Manicomio e Camicia di Forza, due posticini ridenti e tranquilli. Si alzò di scatto, spaventando l’amico, e con un sorriso tirato gli comunicò che era finito il suo turno: mancavano ancora dieci minuti, ma per Josh era arrivata l’ora di andarsene.

Sul vialetto di casa il cuore iniziò a battere più forte e lo stomaco si contrasse. Il suo inconscio non si era dimenticato della foto: e se fosse realmente cambiata? Quella mattina non aveva avuto il coraggio di guardare… . Il sole stava tramontando quando le chiavi entrarono nella serratura e ruotarono. Il battente si aprì e la casa lo ingoiò.

Si tolse la giacca e si soffermò davanti la camera oscura. La porta era chiusa, ma dentro di sé avvertiva la certezza irrazionale che lì dentro ci fosse qualcuno. La mano si avvicinò alla maniglia e ci si avvinghiò. Il colore della mano si fece bianco da quanto stringeva il ferro, ma Josh decise di aprire, e così fece.

La stanza era vuota. I suoi oggetti erano al solito posto, tutto era in ordine. Josh sospirò di sollievo e chiuse la porta. Salì le scale fischiettando ed entrò in camera: il sole se n’era già andato e la Luna era visibile in cielo, proprio davanti al suo davanzale. Gli occhi di Josh si spostarono sul rettangolo bianco posato sul comodino.

Al diavolo, prima mangio e poi le do un’occhiata.

Ma non fece così. Si gettò nel letto per arrivare prima alla foto e la prese con violenza. Accese la lampada vicino al letto e osservò la foto.

La luce lunare invadeva la stanza, ma c’era un’altra fonte luminosa, fuori dall’immagine, proprio dietro a colui che aveva fotografato la scena: si vedeva la sua ombra sul letto, intenta a tenere in mano qualcosa di diverso da una macchina fotografica. Sembrava… .

Josh vide l’ombra di se stesso che guardava una foto. Alzò lo sguardo ed era proprio così, ma l’uomo fu attratto da un altro particolare: sul davanzale, con una mano appoggiata sul vetro, c’era una donna. Non riusciva a vedere bene il volto, ma gli abiti erano antiquati e la figura sembrava tremolare come un vecchio film in bianco e nero. Josh sgranò gli occhi e indietreggiò istintivamente, cadendo dal materasso: si rialzò, ma la donna era sparita. La foto sul letto sembrava deriderlo: sul davanzale era rappresentata la figura spettrale. Josh si mosse verso la porta e i suoi occhi registrarono il calendario accanto alla finestra, come nella foto. Non era un quadro! Avrebbe dovuto capirlo subito che l’immagine ritraeva la sua stessa stanza. Aprì il battente di legno e premette l’interruttore, ma la luce non si accese. Emise un verso strano, un incrocio tra un ringhio e un gemito, mentre premeva ripetutamente il pulsante.

Nel buio, scorse una figura più nera camminare lentamente verso di lui. Non capii se era la donna, o qualcun altro. Tornò indietro e si rinchiuse nella stanza. Indietreggiò e chiuse gli occhi: non voleva vedere la maniglia che ruotava da sola. Sarebbe salpato verso la follia se solo avesse visto quella scena, e non dette ascolto ai cigolii, né ai lievi colpi sul legno.

Sono solo i rumori del legno, solo i rumori… .

Tornò all’immagine: la prese e controllò. Niente di strano, solo… . Cosa diavolo era quello!

Josh lasciò cadere la foto e guardò il davanzale: c’era una coppia di persone. Una figura maschile si stava accanendo su un corpo femminile. Il suo braccio destro si alzava e si abbassava continuamente e colpiva il volto della donna con una macchina fotografica antiquata. Josh vide un rullino volare via e sparire nell’ombra. Lo stesso rullino che aveva trovato lui.

La coppia svanì come fumo, lasciando Josh solo e smarrito. La porta non dava più segni di vita. Prese l’immagine e la vide nuovamente diversa: in quello stesso istante la finestra del davanzale esplose. Josh gridò mentre le schegge si conficcavano nella parete e nel letto. In mezzo ai detriti, c’era una macchina fotografica insanguinata; sull’angolo superiore destro c’era una chiazza rossa, frammenti bianchi e alcuni capelli lunghi incastrati. Il flash antiquato era rotto e pieno di sangue.

Era abbastanza per lui: strappò la foto in mille coriandoli e li lasciò cadere per terra, poi uscì nel corridoio. Camminò a stento nell’oscurità e scese le scale inciampando due o tre volte. Aveva in mente un piano: distruggere il rullino. Qualunque cosa stesse accadendo, era sicuro che la sorgente fosse quel dannato oggetto antico. Forse il film aveva catturato le emozioni, invece dei raggi luminosi che creano una foto; un rullino spirituale. Maledetto.

Mosse le mani verso la porta della camera oscura, cercando la maniglia, ma scoprì che qualcuno l’aveva aperta prima di lui. I suoi occhi si spostarono in cima alle scale: c’era un figura immobile che lo guardava con occhi senza pupille, bianchi e senz’anima. Erano gli occhi di una bambola, erano male puro.

La donna mosse un piede e scese un gradino. Il volto fissava qualcosa in lontananza, con un ghigno distratto. Josh entrò nella camera oscura e chiuse la porta, rimanendo al buio più completo. Solo in quel momento si rese conto di essere stato un idiota: la forza che agiva tramite quelle immagini diaboliche lo aveva attirato lì dentro grazie all’immagine di quello spettro in cima alle scale.

L’oscurità pareva solida, ma Josh conosceva a memoria la posizione dei ripiani. Procedette a tentoni: il rullino doveva essere vicino alle vasche piene di sostanze chimiche. Lo aveva lasciato lì dal pomeriggio precedente.

Sentì lo spigolo del ripiano e si appoggiò al legno. I passi erano piccoli e rapidi, poi le orecchie captarono un tintinnio poco lontano.

Josh si fermò. Sentiva il cuore che batteva all’impazzata; gli occhi erano quasi fuori dalle orbite, sintomo comunissimo per chi è spaventato a morte. C’era qualcuno con lui nella stanza, ne era certo. Proseguì il suo cammino con l’ansia sempre più crescente. Toccò delle bottiglie che conosceva bene e infine le vasche metalliche: solo allora iniziò a tastare il ripiano convulsamente, nella speranza di urtare il rullino. E lo toccò: sentì il freddo del metallo antico, e la sensazione familiare al tatto della pellicola. Sorrise al buio, mentre stringeva l’oggetto, e si appoggiò con l’altra mano al ripiano: non toccò la superficie di legno, né una vasca metallica. Sentì un tessuto freddo, morto, e subito dopo tutto l’oggetto: una mano.

Gridò con quanto fiato aveva in gola e alzò il braccio nel punto in cui credeva ci fosse il corpo: qualcosa colpì, e sentì un verso stridulo in risposta. Aveva urtato un tessuto cedevole e molle, qualcosa che un tempo era vivo ma ora brulicava di vermi e larve di mosca. Perse l’equilibrio e rischiò di cadere contro la porta chiusa della camera oscura: adesso riusciva a vedere la figura, gli sembrava di percepire i contorni più neri. Un tempo doveva essere stato un uomo, ma la morte lo aveva sfiorato. Il colpo di Josh gli aveva fatto pendere la testa in modo innaturale. Sentiva le scarpe vecchie di mezzo secolo che strisciavano sul pavimento. Vide anche un oggetto nella mano destra, che teneva alzato sopra la testa: voleva colpirlo, forse aveva capito le sue intenzioni! Spinto dall’istinto, Josh ruotò la maniglia e gridando colpì il ginocchio del morto con un calcio. La gamba cedette e il cadavere gridò, ma Josh non se ne preoccupò: chiuse la porta e sfrecciò verso la cucina. Girò l’angolo e si scontrò con la donna: questa volta vide davvero la sua faccia. Gli occhi bianchi erano a pochi centimetri dai suoi, il naso era reso più adunco dalla morte e le labbra erano nere. Un tempo doveva essere stata bella, ma qualunque cosa la usasse, l’aveva resa orrenda. Sopra l’occhio destro, la testa sembrava sprofondare al suo interno: il cranio era spaccato e l’osso sembrava un uovo di Pasqua rotto da un pugno di un bambino violento. La bocca si aprì lentamente e la donna fece scivolare fuori una lingua nera e marcia: Josh urlò e fece un passo indietro, mentre lo spettro sembrava ghignare. Le corse accanto, incurante delle mani morte che tentavano di ghermirlo e si fiondò sui fornelli. Il fantasma capì cosa intendeva fare: emise un urlo stridulo e la bocca aperta si aprì esageratamente come una fornace. Josh la colpì con una pedata e accese i fornelli, poi avvicinò il rullino. La pellicola prese fuoco, ma qualcosa andò storto: anche i vestiti di Josh presero fuoco. L’uomo gridò e sbatté contro la parete. La donna svanì urlando, lasciando una pozza nera sul pavimento, ma Josh non se ne accorse: gridava mentre il fuoco gli bruciava i capelli e si diffondeva per la cucina, sul tavolo e sui divani, fino alle tende.

L’ultima cosa che Josh vide prima che il fuoco gli sciogliesse i bulbi oculari, fu la porta della camera oscura aperta. E un uomo morto con una macchina fotografica davanti il volto e una foto nell’altra mano, ritraente un incendio in una casa familiare.

(fine)

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