Fotografie (Parte 1)

Il pensiero che balenò nella mente di Josh Randall, quando trovò un rullino dimenticato in un cassetto della cantina, fu una scena avvenuta anni prima: lui, più giovane e altrettanto sguaiato, che scattava una serie di foto al mare calmo e piatto come spesso è al mattino. L’orizzonte infinito, due motoscafi che viaggiavano placidamente sul pelo dell’acqua, distorcendo e sfregiando la calma mattutina. Poi uno di quelli aveva urtato l’altro, e Josh aveva sentito dentro di sé una certa eccitazione, inquietante, inizialmente, ma soddisfacente: sapeva che presto qualcosa sarebbe accaduto, e infatti i due proprietari erano venuti alle mani, e lui aveva continuato a fare le foto. Quando poi era intervenuta la polizia e uno dei turisti aveva allungato un pugno al pubblico ufficiale, Josh aveva continuato a immortalare ogni momento: gli era fruttato cento euro presso il giornale locale, e in quel periodo era a corto di denaro, così non si era fatto pregare molto.

Era passato molto tempo, da quella scena. Josh era cresciuto, aveva vissuto abbastanza da crearsi una famiglia, che poi lo aveva abbandonato… . O meglio, lui aveva abbandonato loro, preferendo il lavoro alla moglie, e alla figlia. Ma guadagnava abbastanza da mantenere loro e se stesso. La casa dove viveva in quel momento era la stessa che aveva condiviso con la famiglia, e non si era fatto scrupoli quando l’amata mogliettina aveva preteso quel tetto. Nostra figlia, la scuola è vicina… . Josh era stato irremovibile: la casa è mia, non avresti dovuto chiedere il divorzio, è tutta questione di soldi, e così via. La maggior parte dell’umanità, forse anche più della maggior parte, avrebbe condannato Josh e il suo egoismo sfrenato, ma a lui non importava. Si era costruito tutto con le sue mani, e non sarebbe stata certo una donna a portargli via tutto… . E sua figlia.. tale e quale alla madre.. . Era così che lo ringraziavano di ciò che aveva loro procurato.

Così diceva Josh ai suoi colleghi, che non osavano mettergli sotto il naso che, a parte la moglie, almeno la figlia doveva essere mantenuta e supportata a dovere, senza distacchi e sfuriate. Ormai verso i cinquant’anni, Josh era quel tipo di uomo che aveva costruito da solo un’immagine di sé che si avvicinava più ad un semidio, se non ad un dio. E cosa faceva quel Dio per mangiare? Fotografia, ovvio.

L’azienda che lo finanziava era esperta nel settore visivo: pubblicità, album fotografici e locandine, dalla politica ai poster per bambini.

E lui, questo glielo concedevano tutti, possedeva un’elevata esperienza e un gusto che sapevano correre con i tempi e con le persone giuste.

Immortalava i momenti della vita come un pittore dipinge il volto del soggetto con assoluta maestria; lo faceva come passatempo, stampava le foto presso la sua camera oscura personale, ammirava i suoi lavori, e poi le infilava in scatole di cartone anonime, nel seminterrato di casa. Quel locale era un museo dell’immagine, ma tutte quelle foto erano nascoste, nell’oscurità più totale, e quasi dimenticate.

E fu quindi una sorpresa, quando Josh ritrovò un rullino non stampato in quel cassetto, nella camera oscura. La pellicola non sembrava danneggiata, e non c’era neanche un po’ di polvere, attirata dal film che racchiudeva chissà quante immagini. Com’era possibile che non avesse sviluppato quel rullino? Nella penombra della stanza, Josh avvicinò la mano all’oggetto, si bloccò un attimo, pensieroso, poi strinse il rullino tra pollice e indice alle estremità, per non toccare la pellicola. Per la prima volta avvertì uno stordimento, quel genere di emozione che fa girare la testa e fa tremare le gambe. In quel caso non era meraviglia accompagnata da felicità o sicurezza; quella meraviglia che provò in quel momento il fotografo fu accompagnata da una certa inquietudine che non seppe spiegarsi, se non dopo qualche minuto.

Il cuore batteva più velocemente del normale e lo stomaco era balzato in gola: quel rullino non aveva niente di strano, ma contemporaneamente era tutto sbagliato!

Per prima cosa, le due dita avevano toccato un materiale ferroso. Il rocchetto era metallico e c’era una protezione dello stesso materiale anche intorno alla pellicola. Solo l’estremità usciva fuori dal contenitore, come una lingua nera che Josh associò subito ad uno strangolamento.

Si rigirò tra le mani il reperto e si rese conto che alle estremità della bobina, c’erano due fori.

Per avvolgere la pellicola… .

Aveva già visto quel tipo di rullino, ma allora non aveva più di venticinque anni, quando un vecchio fotografo gli mostrò tutta l’attrezzatura del mestiere. Dopo la seconda guerra mondiale, i rullini possedevano quel tipo di bobina, in metallo, talvolta verniciato in marrone lucido; erano utilizzabili per più di una sola volta. C’era un attrezzo apposito, rilasciato dalle aziende del settore, che permetteva di avvolgere delle pellicole vergini e riutilizzare così il rullino. Ma questo avveniva quando lui non era ancora nato! La sua razionalità suggerì che quel genere di pellicole esistevano ancora negli anni Settanta, quando lui aveva sì e no dieci anni. Ma furono poi sostituite dagli odierni rullini, in plastica e monouso. Josh continuò a fissarlo, mentre dentro di sé la parte ancora ragionevole stava cercando di calmare l’istinto che, come una scimmia impazzita, correva qua e là nelle stanze enormi della sua mente.

Che cosa c’è dentro?

Quella domanda lo colse di sorpresa. Cosa avrebbe trovato lì dentro? La curiosità iniziò a sovrastare gli altri sentimenti e così, Josh fece quello che aveva fatto da sempre: sviluppò un rullino.

Erano passate poche ore e Josh era seduto sul letto matrimoniale, solo, con lo sguardo perso nel vuoto. L’orologio batté quattro colpi, tra due o tre sarebbe spuntata l’alba e forse qualche spiegazione sarebbe nata nella sua mente. Mentre i suoi occhi continuavano a fissare un punto in lontananza nel muro, il suo cervello era all’opera e non si sarebbe sorpreso se avesse visto spuntare fumo dalle orecchie. Sì, perché ciò che aveva accanto a sé, era come un punteruolo conficcato nella sua testa, che non gli lasciava un attimo di tregua.

C’era una sola foto.

Aveva sviluppato il rullino e aveva impiegato molto tempo per evitare che la vecchia pellicola si disfacesse o distruggesse la foto contenuta. Il risultato era stato accettabile: nonostante alcuni colori fossero ormai spariti e un alone giallo impregnasse la scena, era uscita una foto. All’inizio aveva controllato almeno tre volte il rullino, per essere sicuro che non ci fossero altre immagini, ma la pellicola aveva un solo scatto; il resto era vuoto.

L’immagine mostrava l’interno di una casa, una camera da letto probabilmente. Si poteva vedere il profilo di un armadio nell’ombra; il resto era occupato da un finestrone e la parete era spoglia, con un quadro attaccato al muro e coperto dall’oscurità: si notava solo la sagoma di qualche paesaggio. Non era poi così tanto diversa dalle altre camere del mondo, poteva essere persino la sua. La foto si concentrava sul finestrone e sul terrazzo all’esterno. Era stata scattata di notte, ma la luce della luna illuminava il davanzale come se fosse giorno. I colori erano sbiaditi, ma Josh riusciva a vedere tutto nitidamente.

Come era arrivata lì quella foto? Cosa rappresentava? Chi l’aveva scattata, e per quale motivo?

Si era posto quelle domande almeno due ore prima, con lo scatto accanto a lui, come a schernire la sua razionalità: lei era lì, era reale, e lui non poteva farci niente. E mentre Josh rifletteva su qualche possibile spiegazione, qualcos’altro stava avvenendo in quella camera, qualcosa che può spingere un essere umano a pensare che ci sia qualcosa di rancido nell’universo, qualcosa che talvolta riesce a toccare anche questo mondo, che inspiegabilmente lo muta a suo piacimento. In seguito Josh avrebbe pensato che tutto quello che sarebbe accaduto in quei due giorni, fosse stato opera di qualcosa di intelligente, non certo del cieco Destino, ma meno umano di quest’ultimo.

Non seppe dire quando la foto cambiò. Un secondo prima pensava da dove potesse essere arrivato quel rullino e un secondo dopo riguardava la fotografia, poi la riposava e dopo la riguardava. Dopo una serie infinita di azioni come queste, si accorse che qualcosa era cambiato: non vide subito il cambiamento, ma percepì qualcosa di storto. Fissò l’immagine, mentre tra sé rideva prendendosi in giro: figuriamoci se una foto cambia soggetto, o semplicemente muta un particolare, figuriamoci se… .

Le porte a vetri del finestrone erano più illuminate, come se la luce lunare si fosse intensificata, come se… .

Come se la Luna si fosse spostata… .

Tutto ciò appariva ridicolo, e se non fosse stato per un particolare agghiacciante, Josh avrebbe dato la colpa alla stanchezza e avrebbe risolto il problema affermando che prima non aveva fatto caso al finestrone.

Sul terrazzo, esattamente secondo la direzione dei raggi lunari, c’era un’ombra, proiettata sul pavimento, lunga e sottile come una lama nera.

Il terrazzo è più ampio di come lo vediamo da qui.

Josh scosse la testa, sorpreso: quindi stava credendo a tutto ciò che vedeva?! Era sicuro che prima non ci fosse nessuna ombra, nessun ostacolo tra la Luna e la camera. La luce ora proveniva da sinistra, così come l’ombra, e la parete con il quadro era leggermente più illuminata. Quello attaccato alla parete non era un quadro, ma un calendario, con l’immagine esotica di un luogo tropicale. Ora poteva vedere persino i numeri, ma il mese era ancora oscurato dalla penombra.

Cosa sta succedendo?

(Fine Parte 1)

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